martedì 15 marzo 2011

James Joyce LE IMPALCATURE DELLE ROVINE

Bosch


SAGGIO CRITICO DI J.T.PARREIRA.

LE IMPALCATURE DELLE ROVINE


Lo scrittore irlandese James Joyce, il cui alter ego era Stephen Dedalus, protagonista dell’omonimo romanzo, creò il moderno Ulisse, nell’altro suo romanzo dai complicati congegni narrativi. Questo romanzo è un ‘’magnifico accumulo di rovine’’, come scrisse qualche tempo dopo uno storico della letteratura, Walter Allen. Un cumulo di rovine che tuttavia non mancava di impalcature che lo sostenessero, il termine usato da Ezra Pound per definire la struttura del celebre romanzo di Joyce.
Leggendo, a lungo e con pazienza, il libro (quelli che riescono a farlo!), si comprende il senso di quella parola usata da Pound.
Non c’è tanto la descrizione di una giornata qualsiasi della vita di Leopold Bloom, con tutti i suoi pezzi organizzati in una struttura. Assistiamo alla giornata di un nuovo Ulisse, la figura che dà il titolo al romanzo e ne costituisce il nume tutelare.
Le figure archetipiche dell’antenato Omero riappaiono nel romanzo moderno di Joyce. Della mitica Odissea resta solo il protagonista. Come dire: l’archetipo letterario si trasforma da universale in particolare. Si trasforma da ciclo mitico in storia particolare.
Dal mito perduto nella sua lontananza all’esperienza reale di una giornata come il 16 giugno 1904.
L’archetipo, con la sua forma consolidata, viene stravolto attraverso un uso particolare della lingua, la stessa che in Omero garantisce la compattezza del racconto mitico e la sua autorità.
Da un modello cosmogonico fisso alle storie particolari di vari personaggi sempre in movimento e in trasformazione, cittadini comuni di una grande città. Il senso è una critica alla mentalità e al costume del primo Novecento. Il passaggio dal modello alla sua riscrittura creativa avviene attraverso il trapianto di elementi della vita moderna.
L’opera dell’aedo cieco, Omero, padre dell’Odissea, trova nell’Ulisse di Joyce la sua ricreazione concentrata, un decennio in una giornata di 18 ore.
L’incipit:
Cantami, o Musa, dell’uomo d’ingegno,che dopo aver distrutto la sacra città di Troia, molto errò per terre e mari…
Il viaggio di Bloom, l’Ulisse di Joyce, ha un inizio meno difficoltoso:
Leopold Bloom mangiava con gusto gli organi interni di quadrupedi e uccelli(…) ma più di tutto gli piacevano le reni di montone alla griglia…(…)-Darò un colpo nell’angolo. Di ritorno in un minuto. E dopo aver udito la propria voce aggiunse:-vuoi qualcos’altro adesso?
Anche chi non è un lettore assiduo di Ulysses, sa che Leopold Bloom esce di casa il giorno 16 giugno per andare alla macelleria per comprare del rognone. Il celebre schema di Gilbert (che mette in parallelo le vicende dell’Odissea e dell’Ulysses) dice che ‘’Leopold Bloom fece colazione prima di salutare la moglie Molly, che era ancora a letto’’.
Nella comparazione proposta dallo ‘’Schema Gilbert’’, nella seconda parte del romanzo, come nella seconda dell’Odissea, Leopold Bloom incontra la ninfa Calypso. Il rapporto tra i due personaggi nel romanzo è opposto a quello delineato nel poema. Nel poema classico di Omero, Calypso, figlia di Atlante tiene in uno stato di languorosa prigionia Odisseo per molti anni. Leopold Bloom, il personaggio principale del romanzo di Joyce, ha quel rapporto di sottomissione con la moglie Molly, arrivando a servirle, come uno schiavo, la colazione a letto, prima di uscire.
Iniziando la sua giornata, che verrà chiamata più tardi Bloomsday, saluta la moglie che è ancora sdraiata nel letto alle otto del mattino.
Alla fine di quella stessa giornata, nell’Ulysses, Leopold rientra casa rigenerato: gli avvenimenti del giorno lo hanno fatto come rinascere. Sebbene la sua ‘’Itaca’’, la casa al numero 7 di Eccles Street dove ritorna, rappresenti ancora la routine della sua vita ordinaria, e la sua ‘’Penelope’’ non sia una moglie del tutto fedele che a volte cede alle proposte di altri uomini.
Al contrario, nell’Odissea omerica, la sposa di Odisseo oppone resistenza i suoi pretendenti che, durante i dieci anni di assenza del marito, tentano di prenderne il posto.
L’idea della rinascita di Bloom ci sembra in linea con il pensiero dell’autore.
In uno dei tre soli libri di poesia di Joyce, Pomes Penyeach, si ripetono i temi dell’Ulysses.
Soprattutto nella poesia ‘’Il Sant’Uffizio’’: iconoclasta, anticlericale, schierata contro il cattolicesimo romano, come tutta l’opera di Joyce: una difesa e al tempo stesso una satira dell’Irlanda, contro le istituzioni, contro W.B. Yeats e altri intellettuali della sua generazione.
Il testo meta-letterario e satirico è costruito con molti riferimenti intertestuali, usati come argomenti di critica e di invettiva ad hominem, che vengono paragonati, per la loro irriverenza, a certi passaggi delle satire di Quevedo, o ad altri scrittori satirici medievali, per esempio nella censura delle indulgenze che salvano l’anima di chi le riceve da una futura permanenza in Purgatorio. Citiamo alcuni versi come prova:
‘’Per arrivare in cielo, devi passare dall’inferno,/ essere pietoso e terribile,/un uomo ha bisogno realmente del sollievo/che danno le indulgenze plenarie’’.

(TRADUZIONE DI ALESSANDRA SCIACCA BANTI)

http://alexandra3.splinder.com/post/15640494/le-impalcature-delle-rovine

domenica 13 marzo 2011

Il partigiano Luciano


Albert Anker
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Premessa
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Luciano per i compagni, Sesto per l'anagrafe, è mio padre morto troppo presto e troppo giovane. Di lui ricordo il volto, il fucile a due canne, i racconti della montagna; il racconto delle notti passate all'addiaccio, di quando, insieme ad un partigiano slavo prese a fucilate una colonna di tedeschi in procinto di catturare un gruppo di combattenti rimasto intrappolato dove il fiume Nera si apre e allontana il bosco.Un fatto realmente accaduto.

Albert Anker

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“Vado” disse al padre Stefano “ vado con i partigiani”
. Le mani smisero di accarezzare il legno e lentamente ripose la sgorbia ; un silenzio assordante avvolse la bottega , i trucioli sparsi sul pavimento, i mobili in attesa, l’odore delle colle, le tavole accatastate di legno asciutto, stagionato.
Muti i macchinari respirarono il silenzio .
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Lentamente alzò gli occhi di un azzurro bagnato, impastato dagli anni e guardò il figlio, l’ultimo maschio rimasto, gli altri dispersi e non sapeva dove; quel figlio avuto in vecchiaia , il più amato…
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Non c’era altro da fare e lo sapeva ma come fai a staccarti da un figlio, il solo in grado di proseguire l’impresa che faticosamente avevi realizzato..
Una vita spesa per costruire, riparare mobili, sedie, tavoli.
I primi apprendisti da guidare, il lavoro che cresce, la prima esposizione, i clienti che aumentano ma sei solo . Resisti perché hai un figlio, intelligente, istruito, capace.
Puoi fidarti e allora attendi.
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Due sono andati dispersi, scomparsi lungo gli anni della guerra; quella guerra che aveva subito odiato .
Socialista della prima ora era rimasto fedele ai suoi ideali. Non aveva aderito al fascismo ed era rimasto quieto .. in disparte.
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Le mani rimaste immobili ripresero ad accarezzare il legno.
Immaginò la curva e la profondità dell’intaglio. Riprese lo sgorbio.
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“ non c’è altro da fare “ disse e aggiunse “ non sai nulla della guerra: stai attento! “
tracciò la curva e un truciolo cadde sul pavimento...

Renoir
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L’adolescenza e la gioventù raccolta in quella decisione.
Lui, con i nazi – fascisti non sarebbe andato.
Ne parlava con gli amici, lo aveva detto ad Emma, la ragazza che amava e al prete.
“Don Franco, con quelli non vado” e il povero prete, disperato, aveva annuito.
Era anche colpa sua se i ragazzi come Luciano detestavano i fascisti, la guerra, quella guerra, le leggi razziali, le riunioni oceaniche e l’ipocrisia delle parole, le tante che ascoltavano come : “Vincere!” Vincere cosa?Sentivano la mancanza della libertà; la possibilità di dissentire, di proporre, di poter esprimere un loro pensiero.

Rifiutavano l’appartenenza alla folla solitaria plaudente e remissiva.
A quell’idea del destino inevitabile a cui la nazione tutta era votata.
E il destino, quel destino fondato sulle baionette stava rapidamente maturando in catastrofe.
No, lui non intendeva rispondere alla chiamata alle armi.
Meglio la montagna, i boschi ….la lotta armata contro i nazi-fascisti.

E un brivido l’assaliva pensando alla battaglia, ai morti, alla vita presa o lasciata.
Abbracciò Emma, la strinse forte, forte.
Riempì gli occhi dei suoi, accarezzo i lunghi capelli bruni, Emma pianse i suoi 16 anni e quelli che avrebbe voluto passare con lui...
Renoir

Partì all’alba di un giorno di settembre. I compagni, alcuni, erano già andati.
Penso di raggiungere Gavelli, sede del comando partigiano, con un giorno di marcia.
Raggiunse la cresta del monte che sovrasta la città …… indietro la valle sfumata di bianche trasparenze ……. l’autunno cominciava a giocare con i colori e il bosco di licino sempre verde.
Immerse gli occhi nella valle e la città aggrappata alla collina, all’estate appena trascorsa, ………. alla treccia bruna che la sua Emma aveva sciolto per lui.
Un profumo dolcissimo invase la mente.
Raccolse i pensieri, le emozioni e riprese a salire verso Patrico lungo sentieri che conosceva lontano dai villini e dai casolari.
Andava verso i monti più alti dell’Appennino , lo zaino leggero sulle spalle , la roncola e un bastone per sostenere i passi, le salite e le discese.
Non aveva armi tranne la roncola e un coltello a serramanico.
Le armi erano sul posto.
Le avevano trafugate con vari colpi di mano dalle caserme di Spoleto, complici alcuni militari in servizio ed erano state portate, di notte, a dorso di mulo fino a Gavelli.
Stavolta non andava a funghi o a caccia di selvaggina ma verso un futuro ignoto …di lotta….. un futuro di libertà … diceva a se stesso …. da costruire insieme alla sua Emma.
C’era da attraversare il Nera dove un palo gettato tra le sponde e una fune tesa tra due alberi consentiva di raggiungere l’altra riva e non essere visti.
Conosceva quel punto e i boschi circostanti.



“Non sai nulla della guerra: stai attento! “
Il monito del padre risuonava nella mente e accompagnava i passi, i pensieri.
Che poteva sapere, lui, a vent’anni della guerra.
Era rimasto affascinato dai racconti del genero, un piemontese figlio di militari che la guerra, la grande guerra l’aveva fatta.
Lui, giovane tenente degli alpini era dove i monti sono più alti e il nemico davanti, sull’altra cima uniti dal freddo di quell’ultimo inverno.
C’era stata la disfatta e nessuno sapeva cosa bisognava fare, se andare in soccorso o restare dove faticosamente erano giunti.
Rimase a difesa dei passi del Pasubio, delle piccole Dolomiti.
Attacchi e contrattacchi e restare vivo.
Un giorno scese e risali la montagna e la successiva e quella più avanti perché a valle, finalmente, avevano sfondato le linee nemiche.
Andò avanti, attacchi e contrattacchi poi solo avanti al comando della compagnia, di quello che restava perché il capitano era morto, ucciso all’alba di un mattino e non seppe mai della vittoria.



Era rimasto affascinato da quei racconti ma ora che c’era , che toccava a lui, figlio di un falegname, saliva e scendeva con rabbia i suoi monti .. non c’era altro da fare … .

In città , nelle riunioni clandestine, ne avevano discusso insieme agli ufficiali.
La loro, quella partigiana non era una guerra di posizione … dovevano attaccare e scomparire; occupare il territorio, rendere insicure le strade, impraticabili i boschi, le comunicazioni.
Non era una guerra di posizione ma un mordi e fuggi….. piccoli gruppi sparsi nei punti nevralgici.
Azioni di sabotaggio di impianti, di ponti, e vie di fuga tracciate nella mente .
Niente attacchi e contrattacchi lungo i pendii tortuosi dell’Appennino ma nascondigli protetti dal fitto della boscaglia e caverne nei dirupi montani per fare sosta e ripartire.
La loro era una guerra d’attesa.
Gli alleati erano sbarcati a Salerno …. Bisognava occupare il territorio, renderlo insicuro e attendere...






Prese il sentiero che scende verso Scheggino e la Valle del Nera.
Attraversò il Nera e il tratto che in leggera salita precede la mulattiera; un sentiero che s’inerpica tortuoso e veloce tra i boschi e i pianori che precedono il passo del Terminaccio.
Misurò i passi, le distanze, il sole del mezzogiorno.
L’umidità della terra accompagnava la salita verso il turbolento Vallone di Gavelli che da un lato guarda il Monte dell’Ostite e dall’altro il massiccio del Coscerno con le sue fiancate rocciose, impervie, corrugate da canaloni pietrosi.
“Questa” pensò “è la mia nuova casa.”
Autunni precoci e brevi, inverni lunghi e rigidi, nevicate abbondanti, forzosi isolamenti.In lontananza un rumore di campanacci raccontava la presenza dei pascoli d’altura…. intravide le mucche chianine che si abbeveravano in un laghetto naturale ritagliato dal cielo tratteggiato di nubi.
A settentrione pioveva.
Accelerò il passo.
Pensò ad Emma, a come sarebbe stato bello averla con lui, alla sua treccia bruna.
In lontananza, bellissimo ma fragile scendeva l’arcobaleno.
Il dio della Montagna li avrebbe aiutati.Finalmente era in vista del Castello fortificato aggrappato ad uno sperone del Coscerno a strapiombo sul Fossato; il Castello di Gavelli e le case che messe subito sotto degradano verso il basso. ..


Il capitano chiamò Luciano e Ivan, uno slavo fuggito dal campo di concentramento di Colfiorito.
“Ho un compito per voi “ disse “ dovete sorvegliare la mulattiera che sale da Scheggino…”
Prese la mappa e indicò la zona
“ State nascosti ed evitate i tedeschi, è importante “ e aggiunse“ stiamo organizzando la fuga degli inglesi e degli slavi prigionieri a Spoleto…. dovete controllare la strada carrabile e la mulattiera e proteggere il loro arrivo “
Scesero verso Sant’Anatolia di Narco in cerca del luogo adatto che trovarono … da un lato la strada e poco distante la mulattiera; la posizione ideale per controllare entrambe le vie di comunicazione.
Scelsero un luogo sicuro protetto dalla macchia e dal bosco.
Provarono la via di fuga, il percorso che avrebbero seguito in caso di attacco.
“Costruiamo un capanno” suggerì Ivan.
“Come sei finito qui “ chiese Luciano
“ La guerra ! ero iscritto alla facoltà di filosofia di Belgrado quando i tedeschi ci hanno invaso. … ho raggiunto la resistenza jugoslava ed eccomi qui ……”
“ ……senti Luciano, ci conviene mettere un telo mimetico sul tetto … rischia di piovere “
“ Va bene … mettiamo un telo coperto con frasche verdi”
“….Ti dicevo, durante un’azione sono stato catturato dagli italiani..”
“ Che ti hanno internato in Italia piuttosto che in Germania. Ti è andata bene “
“ Sono andato con Tito per combattere i nazisti …. e da allora non ho notizie della mia famiglia, di mio padre e di mia madre, delle mie sorelle…. non sanno che sono vivo”
“Maledizione ! “
Tremò la sigheretta, cadde, abbassò gli occhi per riprenderla
“ Maledetti nazisti ! “
Rabbioso con la roncola tagliò un ramo e poi un altro…“ Maledetti tedeschi…! “
Poggiò la schiena ad un albero, scivolò lungo il tronco, si accovacciò… guardò il capanno e quella orribile guerra, i giorni che si succedevano, quella guerra che li stava maciullando nel più orribile dei modi.
Non c’era altro da fare che quella guerra per non farsi spazzare via…. e tornare a casa.
Il buio li sorprese.
Veloce attraversò i cespugli, nascose i rami più alti, scese lungo i tronchi, li avvolse.
Scomparve la strada e il pianoro che la precedeva.Entrarono nel capanno.
Luciano appese una lanterna ad acetilene, l’accese.
Preparò il fornello ad alcol.Sistemarono le armi e gli zaini.
Avevano l’acqua, pane, qualche patata e salcicce.
Lo slavo buttò nell’acqua una patata e le erbe che aveva raccolto scendendo da Gavelli...
.
*******
.
Il freddo umido, bagnato, sempre più gelido, attraversò la coperta di lana, i vestiti e non riusci a dormire.. …..… i pensieri raccolsero il respiro del bosco, le ore, il silenzio .
Era la sua prima notte da combattente partigiano ed altre ne sarebbero venute, diverse, peggiori di quella. Pensò all’inverno e alla neve che sempre cadeva abbondante.
Come avrebbero fatto a resistere lui e il fratello che aveva trovato, quello slavo così diverso da lui, così lontano dalla sua terra… che combatteva la stessa guerra per restare vivo, libero, in un paese libero …. sentimenti mai vissuti agitavano la mente per quello stare lì , in quel silenzio irreale.
Era lì e lo aveva voluto, cercato… aveva cercato la, guerra …. per fuggire dalla gioventù negata, per riprendersi la vita che voleva avere.
Albeggiava .
Non ne poteva più di quel freddo e decise di accendere un fuoco per scaldare le mani .
Un piccolo fuoco e bere una gavetta d’orzo caldo, bollente.
“ Non sei riuscito a dormire …..che pensi ? “ chiese Ivan
“ Non lo so. ….di tutto. È un po’ come sentirsi morire …… questa attesa, la bellezza dei monti, il pensiero della famiglia, di Emma …”
“ Paura ? …….. .. che vuoi fare.. dargliela vinta ? sono assassini ! “
“ Non è paura ma qualcosa di diverso che ti arriva addosso, d’improvviso …cosa sia non lo so.
Forse è ansia, qualcosa che non avevo mai provato… è un po’ come sentirsi morire……..Per quello che potrebbe succedere… la battaglia.. difendersi e prendere la vita di un altro e devi farlo, riuscire a farlo, per non perdere la tua o quella dei tuoi compagni…….Devi difenderti e uccidere …. per non perdere i tuoi, quelli che ami.. la Emma che aspetta, mio padre che conta sul mio aiuto, mia madre che attende i figli dispersi e non riesce a darsi pace….. . i compagni saliti come noi su questi monti…”
“ Ho provato le stesse tue sensazioni “ disse Ivan.
“ I pensieri arrivano da soli… e non puoi fermarli… impossibile farlo … potresti morire .. ci pensi e il cuore ti batte dentro …lo senti… senti di morire per i pensieri che arrivano da soli e non danno pace… e spaventano. “
“ La guerra sta per finire. Gli Americani sono a Salerno, non sono lontani…. Pensa a questo … pensa alla tua Emma ….. al futuro che ti aspetta … “
“ Il tempo ! … . Ieri uscivo con i compagni ed ora sono qui, armato, pronto a difendere questi monti e il futuro che vorrei avere. “
“ Zitto ! “
Tacque il silenzio.
La brezza del mattino adagiò, leggera, le prime foglie d’autunno, tacque l’autunno.
“ Spegni il fuoco ….. presto ! “
Un rumore di automezzi che frenano, voci che tagliano l’aria come frecce, la brezza che riprende, più forte …e imperiosa agita il bosco.
“ Ci hanno visto …! “.
.
.
Le campane della chiesa battevano il mattutino quando iniziò la battaglia.
Il crepitio di una mitragliatrice investì il bosco.
Erano stati individuati. Risposero con una scarica di fucileria tenendo d’occhio il lato di sinistra , dove gli alberi sono più fitti ; la via scelta per scomparire.
Avevano provato l’azione, la tattica da seguire in caso di scontro con i tedeschi.
Avevano provato la via di fuga.
Cominciarono a muoversi, velocemente, tra un albero e l’altro, lungo una linea a lungo immaginata, provata, avanti, indietro, brevi soste e ancora avanti, avanti.
Ricaricavano durante la corsa...
Decisero di rispondere al fuoco per avvisare gli altri, quelli di vedetta tra Scheggino e Ceselli e dare loro il tempo di trovare rifugio e prepararsi allo scontro.
Caricavano e si spostavano per sparare e dare al nemico l’idea di un gruppo numeroso disposto a ventaglio. Avanti, avanti e poi indietro, distanziati tra di loro, lungo la linea immaginata e provata nei giorni di quiete, da un albero all’altro, caricando e sparando.
Durò a lungo la battaglia poi il silenzio.
Decisero di sganciarsi per non essere aggirati e presi in trappola … decisero di tagliare verso il fiume dove le rocce e i dirupi consentono una posizione dominante e facili nascondigli.
Scesero veloci verso il fiume, sfiorarono il paese, un casolare e poi giù verso le rocce e il dirupo dove il fiume restringe e vedi l’ansa, la strada e il ponte che attraversa.
Scendevano quando lo slavo indico il ponte che ormai si intravedeva e la strada .
Una camionetta tedesca seguita da un automezzo più grande si era fermata Dalla camionetta scesero i tedeschi.
Uno di questi, pistola in mano cominciò a sparare ad un ragazzo che correva lungo il ponte .
Correva il ragazzo e il tedesco sparava quando dal bosco tagliato un gruppo di partigiani provenienti da Fionchi aprì il fuoco.
Una mossa avventata perché subito dal camion la mitragliatrice cominciò a battere il terreno.
Si rifugiarono dietro una carbonaia composta ma non ancora arsa , bloccati dal fuoco nemico, ormai persi.
I tedeschi, quelli della camionetta e quelli scesi dall’automezzo cominciarono ad avanzare. Erano persi.
Il bosco tagliato non offriva ripari ; solo la carbonaia ma nulla potevano contro il numero, le armi automatiche e la mitragliatrice che batteva il terreno.
Avevano perso la speranza quando da sinistra , dalla macchia che precede le rocce e i dirupi un nutrito fuoco di fucileria investì il nemico costringendolo ad arretrare velocemente verso gli automezzi.
Erano scesi veloci, il partigiano Luciano e lo slavo, verso quel punto privilegiato, vicino alle rocce e in alto, ben sopra la strada e il ponte che attraversa il Nera.
Presi tra più fuochi i tedeschi fuggirono precipitosamente..
.
.
Rimasero in zona. L’ordine era di attendere l’arrivo dei prigionieri slavi in fuga dal carcere di Spoleto. L’ordine era di accompagnare verso la montagna di Gavelli i 94 evasi.
Passarono quella notte e le successive all’addiaccio nascosti nel fitto della boscaglia.Le notti fra il 10 e il 14 ottobre del 1943(continua)

***
(Sesto per l’anagrafe, Luciano per i compagni, il Partigiano Luciano era mio Padre . I fatti che racconto sono realmente accaduti e alcuni dei protagonisti sono ancora vivi)



venerdì 4 marzo 2011

Ewa Lipska - Manifesto


Jan Vermeer - La lattaia



Divinità della Terra unitevi!
Create un partito che abbia cuore e fegato,
proteggete il lattaio
che alle cinque di mattina
attraversa all'alba la nebbia
cantando canzoni di libertà.

giovedì 3 marzo 2011

Cade l'aquilone all'incrocio dei venti


Una foto,
immagine del demone che nutre
e divora questo nostro tempo
fissa gli artigli del niente,
descrive l’abisso ...
Cade l’aquilone all’incrocio dei venti.

Rivedo l’attimo ed io che esco nel bosco...
muti alberi che piangono,
sentieri che fuggono in cerca di un’ oasi,
rabbia impotente, tristezza. ..
rumori di guerre lontane, ora vicine,
più vicine, bussano all’uscio dei giorni.

(Giovenale Nino Sassi)




sabato 26 febbraio 2011

LA SPIGOLATRICE DI SAPRI



LA SPIGOLATRICE DI SAPRI
(di Luigi Mercantini, 1857)


Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Me ne andavo al mattino a spigolare,
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore;
e alzava una bandiera tricolore;
all'isola di Ponza s'è fermata,
è stata un poco e poi si è ritornata;
s'è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l'armi, e a noi non fecer guerra.

Sceser con l'armi, e a noi non fecer guerra,
ma s'inchinaron per baciar la terra,
ad uno ad uno li guardai nel viso;
tutti aveano una lagrima e un sorriso.
Li disser ladri usciti dalle tane,
ma non portaron via nemmeno un pane;
e li sentii mandare un solo grido:
Siam venuti a morir pel nostro lido».

Con gli occhi azzurri e coi capelli d'oro
un giovin camminava innanzi a loro.
Mi feci ardita, e, presol per la mano,
gli chiesi: «Dove vai, bel capitano?»
Guardommi e mi rispose: «O mia sorella,
vado a morir per la mia patria bella».
Io mi sentii tremare tutto il core,
né potei dirgli: «V'aiuti 'l Signore!»

Quel giorno mi scordai di spigolare,
e dietro a loro mi misi ad andare.
Due volte si scontrar con li gendarmi,
e l'una e l'altra li spogliar dell'armi;
ma quando fur della Certosa ai muri,
s'udirono a suonar trombe e tamburi;
e tra 'l fumo e gli spari e le scintille
piombaro loro addosso più di mille.

Eran trecento, e non voller fuggire;
parean tremila e vollero morire;
ma vollero morir col ferro in mano,
e avanti a lor correa sangue il piano:
fin che pugnar vid'io per lor pregai;
ma un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d'oro.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!




giovedì 24 febbraio 2011

LIBIA

Chagall - Ulisse


Abbiamo la possibilità, unica in questo tempo egoista e stanco, di portare speranza, amicizia, tolleranza, futuro agli uomini e alle donne vittime delle guerre che ormai sempre più numerose devastano i confini dell’occidente.

E ci riguardano !

Abbiamo la possibilità di meritare la fiducia di popoli troppo a lungo ristretti nell’assenza di libertà.
Abbiamo la possibilità di elaborare politiche coraggiose e illuminate .
Abbiamo la possibilità di scacciare la paura e vincere il niente che avvolge i giorni…
Abbiamo la possibilità di vedere nell’altro, nel diverso da noi una opportunità….
Abbiamo la possibilità di guidare il ricominciamento del lavoro e dell’economia
Abbiamo la possibilità di riscoprire i vantaggi della solidarietà tra gli uomini

Abbiamo la possibilità di riscoprire tutto ciò che è veramente vero, buono, giusto, … che poi è tutto ciò che è veramente bello

lunedì 21 febbraio 2011

Eccomi quì !


Eccomi qui,
la testa consumata da venti
al caldo di un camino che brucia pensieri.

Parole come fumo cercano il cielo.

Il giovane studia e prepara il futuro
Per cosa poi, ha smarrito il senso.
Non alza le tende ,
non c’è di meglio …

Una generazione ha dato e poi tolto.

Più nulla...
nelle mani degli economisti
quello che resta dei fallimenti.

Sui davanzali gerani rossi
della casa in rovina…
L’ebreo cantava al tramonto
la terra
lungo la Limat in un qualche Tea Room di Zurigo.

''Wenn ich rufe, erhòre mich , Gott, du mein Retter
Du hast mir Raum gescaffen, als mir angst war
Sei mir gnàdig, und hòr auf mein Flehen ! ''

Canta ora l’arabo lungo i vicoli
della città che racconta storia;
pietre alzate, abbattute e nuovamente alzate
e torri come bastioni sui fianchi della collina.

È nenia di colori, un quasi lamento
e non mi appartiene.
La fanciulla porta il velo.

Ho combattuto agitando la spada ...


GSN ...

Per interpretare e raccontare me stesso scelgo Vincent van Gogh .... ritratto del dottor Gachet, (1890)
Per raccontare il nostro tempo confuso e incerto ho scelto un bellissimo dipinto di Hieronymus Bosch ... la nave dei folli...

.... La nave dei folli è un'opera satirica pubblicata nel 1494 a Basilea da Sebastian Brant,un teologo conservatore tedesco. ( Der Narrenspiegel, das groß Narrenschiff ).
Sono, quelli di Brant, anni incerti e confusi premessa di successivi grandi cambiamenti.
E' il tempo di Erasmo da Rotterdam e del celebre Elogio della follia

A proposito della follia e della nave dei folli Michel Foucault scrive...
« Perché si vede sorgere d'un tratto la sagoma della nave dei folli, e il suo equipaggio insensato che invade i paesaggi più familiari? Perché, dalla vecchia alleanza dell'acqua con la follia, è nata un giorno, e proprio quel giorno, questa barca?

[…]

La follia e il folle diventano personaggi importanti nella loro ambiguità: minaccia e derisione, vertiginosa irragionevolezza del mondo, e meschino ridicolo degli uomini. »





venerdì 18 febbraio 2011

Francesco Gaeta





Si, vi lascio vecchie mura,
dove un po’ del cuore mio
con un tenero desio
attaccato resterà

E vi lascio che ancor dura
Primavera, tra la festa
Delle rondini e la mesta
Vespertina carità.

Dunque addio, se il dì tramonta,
focolare ove, farfalla
su la tua parete gialla,
un estremo raggio muor;

carte a fiori, ove l’impronta
d’ogni quadro amico e noto
mette un suo parlante vuoto,
che non sa sbiadirsi ancor;

vacue camere, onde il passo
sveglia insoliti rimbombi;
tetti erbosi ove i colombi
riposavano dal vol;

e tu ancora, che dal sasso
esci, trepida lucerta,
a la loggia ormai deserta
che d’asfalto odora al sol.

Or, se qui svolga la vita
Senza me le sue vicende,
altra casa non m’attende,
non mi chiama, aprica, a sé ?

Ma una parte ahimé svanita
Dei miei giorni è qui sepolta.
Vecchie mura, qualche volta
Ricordatevi di me.


***

La situazione è molto semplice : c’è un traslco.

Un uomo nel lasciare la casa dove a lungo ha abitato, si sofferma a guardare quelle vecchie mura a lui familiari. I ricordi invadono l’anima insieme ad un momento di tristezza che tutti, in situazioni analoghe, possono avere provato. La lirica poteva facilmente cadere nella sdolcinatura o nella rilassatezza formale, cedere alla tentazione dei rimpianti lacrimosi, dell’insistenza, della descrizione minuta. Il poeta invece mantiene il tono della lirica su un piano di misurata tenerezza riscattando la banalità dei riferimenti realistici in una letteraria dignità di vocabolario e di costrutti … effondendo la propria malinconia nella dolcezza della musica che pervade le strofe. Francesco Gaeta è un poeta napoletano nato nel 1879 , morto suicida nel 1927. La critica lo definisce un poeta di transizione dal Pascoli ai Crepuscolari. Al primo si avvicina per il forte senso del mistero, della morte e del dolore; agli altri per il tono dimesso degli argomenti e il gusto realistico delle scene di vita quotidiana.Motivo dominante della poesia del Gaeta è quello che Croce ha chiamato ‘’l’amore dell’amore’’ ; un bisogno inappagato di dolcezza che si innesta nel fondo tetro del suo pessimismo

Francesco Flora definì Gaeta ‘’un severo, diciamo anzi un tragico spirito in cerca di gioia’’.



Henry Wallis
.
IL CREPUSCOLARISMO in breve

E' un movimento poetico che, nato nei primi anni del Novecento, volle reagire alla clamorosa e ostentata retorica dannunziana.

Alla base della lirica dei crepuscolari c'è il disperato bisogno di parlare di sé, di confessarsi, ma in forma di colloquio più che di canto ... preferiscono i toni smorzati e dimessi, le forme discorsive, i ritmi facili e un vocabolario volutamente povero fatto di parole quotidiane e banali

Sempre preoccupati e timorosi di forzare la voce, i crepuscolari amarono anche ricercare nell'ironia un'ulteriore difesa contro il rischio della troppo esplicita sentimentalità.

I temi prediletti furono i sentimenti comuni, gli oggetti e le cose d'ogni giorno, gli stati d'animo avvolti in un grigiore stanco e apatico, di rinunzia dalle tinte morbide e incerte come quelle della luce del crepuscolo .... da qui il nome attribuito al movimento .

Il Crepuscolarismo che da un lato si ricollega a certi modi carezzevoli e languidi del Pascoli più patetico, sentì l'influsso dell'analoga poesia francese e fiamminga ( Samain, Maeterlink, Verlaine, Laforgue).... rappresenta quindi una fase di progresso del gusto poetico e viene giustamente visto come una forma lirica più moderna di quelle pascoliana e dannunziana.

Gli spetta altresì il merito di aver creato nuove cadenze di metrica e di ritmo, nuovi atteggiamenti del linguaggio da cui prenderanno le mosse gli scrittori posteriori

I maggiori rappresentanti del nostro Crepuscolarismo sono Guido Gozzano, Marino Moretti e Sergio Corazzini


henry wallis



Di Gaeta, Aldo de Gioia (Pedagogista, storico, poeta napoletano) scrive .....

Il poeta Gaeta non merita il crepuscolo

Repubblica — 26 gennaio 2010 pagina 1 sezione: NAPOLI


TRA i poeti napoletani tra l' 800 e il ' 900 è l' unico ricordato dalla Treccani come poeta in versi "italiani". Francesco Gaeta è stato un grande crepuscolare del primo Novecento, eppure dimenticato, soprattutto nella sua città. Qualche giorno fa ne discutevo con le signore Pina e Susi Savarese, nipoti di Gaeta, che hanno osservato come la fatica di scrivere una storia generale della letteratura italiana per chiunque voglia cimentarsi, non può non tener conto degli infiniti punti sparsi di storie biografiche. E tra queste la vita e l' opera di Francesco Gaeta. Le nipoti vorrebbe creare in sua memoria una fondazionee io ho il dovere di capire, nel grigiore culturale del nostro tempo, se c' è intenzione di sostenere da qualche parte in questa città l' iniziativa. Nelle mie ricerche ho incontrato spesso Francesco Gaeta, soprattutto seguendo gli studi di Alda Croce, figlia di Benedetto, il primo forse a scoprire il talento del poeta. Il quale si distinse tra i poeti legati alla tradizione della poesia italiana, anche se non estranei all' influenza delle esperienze letterarie contemporanee. Nella sua esistenza ebbe una lunga e feconda attività letteraria che si articolava in una costante disposizione nel cogliere gli aspetti più vari e contraddittori del vivere. anificando le convenzioni, i pregiudizi, le apparenze e gli stereotipi della società del primo Novecento. Si accostò alle varie esperienze letterarie di quel tempo assimilandole sempre su un piano di libertà e di originalità. Per tal motivo si possono registrare nel corso del suo itinerario artistico atteggiamenti caratteristici di vari momenti letterari, particolarmente del crepuscolarismo, per la sua congeniale disposizione alla malinconia che spesso appare nella visione delle cose, degli uomini, dell' amicizia, degli affetti familiari e dell' amore. Intensa fu la sua operosità che si esplicò in vari motivi in una incalzante sperimentazione di temi e di forme. Scrisse opere importanti: "Il libro della giovinezza" (1895), "Canti di libertà" (1902), "L' Italie lettèrarie d' aujourd' hui" (1904), "Sonetti voluttuosi" (1906), "Poesie d' amore" (1920), "Novelle gioconde"(1921) e tante altre cose. Insieme a Silvio Novaro si collocò nell' importante corrente di poesia che prese il nome di "Crepuscolarismo" il cui vocabolo fu suggerito da un recensione di Giuseppe Antonio Borghese pubblicata in un quotidiano del 1910 con raccolte di versi di tre poeti: Mario Moretti, Fausto Maria Martini e Carlo Chiaves. Pur senza dare al "Crepuscolarismo" un valore dispregiativo, Borghese lo adattò metaforicamente: identificava quei poeti come epigoni della grande stagione poetica italiana da Parini a D' Annunzio. Scriveva Borghese: «La poesia italiana si spegne in un mite e lunghissimo crepuscolo cui forse non seguirà la notte». Successivamente Guido Gozzano fu riconosciuto come il "maestro" ed il più autentico rappresentante del " C r e p u s c o l a r i s m o " , m a Francesco Gaeta è ancora tutto da scoprire attraverso l' attenta analisi delle sue fonti e dei suoi testi a cui mi sto dedicando. Quando ero componente della commissione toponomastica si riuscì, grazie anche a Arturo Fratta e a Max Vajro, a intitolargli una strada nei pressi di piazza Carlo III. Egli era nato a Napoli nel 1879 e qui vi morì suicida nel 1927, nella propria abitazione di via Pontecorvo numero 6, nel cuore della città, quando si spense sua mamma. Fu così grande il suo dolore che non le sopravvisse. Lasciò un biglietto sul quale aveva scritto: "Mia dolce madre ti seguo...". -

Ungaretti … il periodo milanese II

Uomo che cammina nel deserto (Marinella Albora)
.
Scrive Ungaretti :

‘’Sono nato al limite del deserto e il miraggio del deserto è il primo stimolo della mia poesia …..
E’ il deserto il primo stimolo, lo stimolo iniziale, lo stimolo che da moto poi alla poesia che può esprimere anche una diversa realtà, una realtà ubertosa, ma insomma partendo da questo nulla, da questo nulla e da questo sentimento di questo nulla sul quale non si fondano che delle illusioni che portano a perdizione. ‘’


Le dodici poesie del periodo milanese
pubblicate, via via sulla rivista futurista ‘’Lacerba’’ chiudono la fase più strettamente sperimentale della sua opera e preannunciano una lunga, fortunata avventura poetica.

‘’Agonia’’,
che in nove versi racchiude l’arsura del deserto e i suoi miraggi contiene anche un progetto di vita e di poesia ….

Morire come le allodole assetate
sul miraggio
O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perché di volare
non ha più voglia
Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato


‘’Notte di maggio’’
dove affiora come una fitta al cuore la città dell’infanzia ….

Il cielo pone in capo
ai minareti
ghirlande di lumini


‘’Silenzio’’,

dove il ricordo della città natale Alessandria per sempre persa e per sempre ritrovata per via di poesia, diventa l’espressione di un ritorno nostalgico verso una città sospesa in una solarità radiosa che il poeta ha lasciato una sera d’estate, vedendola sparire come in un ultimo abbraccio di luci.

Conosco una città
che ogni giorno s’empie di sole
e tutto è rapito in quel momento
Me ne sono andato una sera
Nel cuore durava il limio
delle cicale
Dal bastimento
verniciato di bianco
ho visto
la mia città sparire
lasciando
un poco
un abbraccio di lumi nell’aria torbida
sospesi.

giovedì 17 febbraio 2011

Edgar Lee Masters - Il violinista Jones



La terra emana una vibrazione
là nel tuo cuore, e quello sei tu.
E se la gente scopre che sai suonare,
ebbene, suonare ti tocca per tutta la vita.
Che cosa vedi, un raccolto di trifoglio?
O un prato da attraversare per arrivare al fiume?
Il vento è nel granturco; tu ti freghi le mani
per i buoi ora pronti per il mercato;
oppure senti il fruscio delle gonne.
Come le ragazze quando ballano nel Boschetto.
Per Cooney Potter una colonna di polvere
o un vortice di foglie significavano disastrosa siccità;
Per me somigliavano a Sammy Testarossa
che danzava al motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare i miei quaranta acri
per non parlare di acquistarne altri,
con una ridda di corni, fagotti e ottavini
agitata nella mia testa da corvi e pettirossi
e il cigolìo di un mulino a vento - solo questo?
E io non iniziai mai ad arare in vita mia
senza che qualcuno si fermasse per strada
e mi portasse via per un ballo o un picnic.
Finii con quaranta acri;
finii con una viola rotta -
e una risata spezzata, e mille ricordi,
e nemmeno un rimpianto.
.
.
.
Il dipinto è di Marc Chagall .....
Chagall nei suoi lavori si ispirava alla vita popolare della Russia europea e ritrasse numerosi episodi biblici che rispecchiano la sua cultura giudaica. Negli anni sessanta e settanta, si occupò di progetti su larga scala che coinvolgevano aree pubbliche e importanti edifici religiosi e civili.

Le opere di Chagall si inseriscono in diverse categorie dell'arte contemporanea: prese parte ai movimenti parigini che precedettero
la prima guerra mondiale e venne coinvolto nelle avanguardie. Tuttavia, rimase sempre ai margini di questi movimenti, compresi il cubismo e il fauvismo. Fu molto vicino alla Scuola di Parigi e ai suoi esponenti, come Amedeo Modigliani.

I suoi dipinti sono ricchi di riferimenti alla sua infanzia, anche se spesso preferì tralasciare i periodi più difficili. Riuscì a comunicare felicità e ottimismo tramite la scelta di colori vivaci e brillanti. Il mondo di Chagall era colorato, come se fosse visto attraverso una vetrata di una chiesa.

Marc Chagall si è occupato anche di Mailart vedi volume "Il recupero della memoria" del milanese Eraldo Di Vita.
(Fonte Wikipedia)

mercoledì 16 febbraio 2011

Emily Dickinson .... Bussava il vento .....


Bussava il vento come un uomo stanco.
Io, padrona di casa,
“Entra” gli dissi audace, ed entrò allora
nella mia stanza

un ospite veloce, senza piedi:
dirgli di accomodarsi
sarebbe stato assurdo come offrire
una poltrona all’aria.

Era senz’ossa, e perciò inafferrabile.
La sua favella era simile all’empito
di uccelli senza numero, che cantassero insieme
in un cespuglio celestiale.

Il suo volto era un’onda,
le sue dita al passare
lasciavano sfuggire un suono, come
un alitare tremulo su un vetro.

Sempre in moto mi fece la sua visita;
e poi, timidamente,
bussò di nuovo – con agitazione -
e mi ritrovai sola.



La Dickinson è un poeta straordinario…Straordinari sono il suo senso della natura, la sua capacità di distillare “un senso sorprendente da ordinari significati, essenze così immense da specie familiari”, l’evocazione di metafore e di simboli senza affettazione o ricerca dell’effetto.

Il linguaggio della Dickinson è scarno, conciso, ellittico, ma di una intensità ineguagliabile, e mai come in questo caso la traduzione deve tradire la lettera per provare ad avvicinarsi al nucleo vibrante ed indicibile dei versi.




I dipinti sono di Iman Maleki


Cenni Biografici

Iman Maleki è nato a Teheran nel 1976. Attratto dall'arte fin da giovanissimo, ha iniziato a dipingere all'età di 15 anni, sotto la guida del suo primo ed unico maestro, Morteza Katouzian, considerato il più grande pittore realista iraniano.
Le sue opere sono caratterizzate da uno straordinario realismo, da un'espressività nitida, senza veli, che getta uno sguardo quasi fotografico sul suo Paese, ora celebrandone il glorioso passato, ora catturando attimi di odierna quotidianità.

lunedì 14 febbraio 2011

Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?... Questioni di ieri e di oggi



Cicerone, Orazione I contro Catilina….

Fino a quando, Catilina, continuerai ad abusare della nostra pazienza?
Per quanto tempo ancora il tuo folle comportamento si farà beffe di noi?
Fino a che punto si scatenerà questa tua temerità che non conosce freno?

Non ti fanno nessuna impressione ne il reparto armato che di notte presidia il Palatino, né le pattuglie che svolgono servizio di ronda in città, né l'ansiosa preoccupazione del popolo, né il concorde accorrere di tutti i buoni cittadini, né questa sede così ben fortificata per la seduta del senato, ne l'espressione del volto dei presenti?Non t'accorgi che le tue trame sono palesi?
Non vedi che la tua congiura, conosciuta com'è da tutti i presenti, è ormai tenuta strettamente sotto controllo?
Chi di noi, a tuo avviso, ignora cos'hai fatto la notte scorsa e quella precedente, dove sei stato, chi hai convocato, che decisione hai presa?

[ .... .... .... ] ….. tu sei stato capace non solo di non tenere in nessun conto ne leggi ne giustizia, ma pure di sovvertirle e distruggerle. Ora, i tuoi misfatti precedenti, per quanto assolutamente insopportabili, pure li ho sopportati così come ho potuto; ma che adesso io debba vivere ….. nel terrore solo per causa tua, che ad ogni stormir di foglia si debba temer Catilina, che evidentemente non sia possibile ordire nessuna trama ai miei danni che sia indipendente dalla tua delittuosa attività, questo è assolutamente insopportabile.

Vattene dunque e liberami da questo timore: per non soccombere, se è fondato; per cessare una buona volta per tutte di temere, se è privo di qualunque fondamento.

domenica 13 febbraio 2011

Trilussa - ER GATTO AVVOCATO



ER GATTO AVVOCATO
di Trilussa, al secolo Carlo Alberto Salusri,
(Roma, 26.10.1871 - 21.12.1950)


La cosa annò così. La Tartaruga,
mentre cercava un posto più sicuro
pe' magnasse una foja de lattuga,
j'amancò un piede e cascò giù dar muro:
e, quer ch'è peggio, ne la scivolata
rimase co' la casa arivortata.
-
Allora chiese ajuto a la Cagnola;
dice: - Se me rimetti in posizzione
t'arigalo, in compenso, una braciola
che ciò riposa a casa der padrone.
Alccetti? - Alccetto. - E quella, in bona fede,
co' du' zampate l'arimise in piede.
-
Poi chiese: - E la braciola? - Dice : - Quale?
- Ah! - dice - mò te butti a Santa Nega!
T'ammascheri da tonta! È naturale!
Ma c'è bona giustizzia che te frega!
Mò chiamo er Gatto, j'aricconto tutto,
e te levo la sete cor presciutto! -
-
Er Gatto, che faceva l'avvocato,
intese er fatto e j'arispose: - Penso
che è un tasto un pochettino delicato,
perché c'è la questione der compenso:
e in certi casi, come dice Orazzio,
promissio boni viri est obbligazzio.
-
Ma prima ch'io decida, è necessario
che la bestia medesima sia messa
co' la casa vortata a l'incontrario
Finché nun riconferma la promessa,
pe' stabilì s'è un metodo ch'addopra
solo quanno se trova sottosopra. -
-
Così fu fatto. Er Micio disse : - Spero
che la braciola veramente esista... -
La Tartaruga je rispose : - E' vero!
Sta accosto a la gratticola... L'ho vista.
- Va bene, - disse er Gatto - nu' ne dubbito:
mò faccio un soprallogo e torno subbito. -
E ritornò, defatti, verso sera.

- Avemo vinto! - disse a la criente.
Dice - Davvero? E la braciola? - C'era...
ma m'è rimasto l'osso solamente,
perché la carne l'ho finita adesso
pe' sostené le spese der processo.



(I dipinti sono di Georges Seraut )

sabato 12 febbraio 2011

Ungaretti … il periodo milanese (I)



Ungaretti lascia la capitale francese nel 1914 e si trasferisce in Italia dove incalzano avvenimenti drammatici : la prima guerra mondiale batte alle porte.
L’anarchismo innato e lo spirito ribelle fanno di lui un acceso interventista convinto che la guerra, quella guerra, sia inevitabile…
A Milano dove abiterà per qualche tempo presso un’affittacamere dalle parti del cimitero Monumentale e dove per vivere insegnerà francese, trascorre intere notti a passeggiare con il pittore
Carlo Carrà.
Scopre l’esistenza e la consistenza della ''nebbia'' che annulla il paesaggio e fa da sfondo alle dodici poesie milanesi pubblicate, via via sulla rivista futurista ‘’Lacerba’’ fondata da Giovanni Papini e Ardengo Soffici nel 1913, in seguito riunite nella sezione dell’Allegria intitolata
Ultime





Dopo la nebbia
Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle.
Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore
del cielo






la vicinanza del cimitero richiama alla sua mente Moammed Sceab, l’amico arabo

anche le tombe sono scomparse
spazio nero infinito calato
da questo balcone
al cimitero
mi è venuto a ritrovare
il mio compagno arabo
che s’è ucciso l’altra sera
rifà giorno
tornano le tombe
appiattate nel verde tetro
delle ultime oscurità
nel verde torbido
del primo chiaro

Il ricordo di Alessandria gli detta i versi di Levante, una delle liriche più intrise di autobiografismo di questa prima fase creativa , attraversata e quasi ferita da visioni e sensazioni provate durante il viaggio per mare dall’Egitto verso l’Italia….
La linea
vaporosa muore
al lontano cerchio del cielo
Picchi di tacchi picchi di mani
e il clarino ghirigori striduli
e il mare è cenerino
trema dolce inquieto
come un piccione
A poppa emigranti soriani ballano
A prua un giovane è solo
Di sabato sera a quest’ora
Ebrei
laggiù
portano via
i loro morti
nell’imbuto di chiocciola
tentennamenti
dei vicoli
di lumi
Confusa acqua
come il chiasso di poppa che odo
dentro l’ombra
del
sonno
Alessandria, il deserto, i paesaggi dell’Africa gremiscono le poesie di Ultime ed è naturale per chi, come Ungaretti affonda le in quei luoghi le sue radici….‘’Sono nato al limite del deserto e il miraggio del deserto e il miraggio del deserto è il primo stimolo della mia poesia ….. ‘’


(I dipinti sono di Carlo Carrà)

domenica 6 febbraio 2011

Edward Hopper


Edward Hopper (Nyack, 22 luglio 1882 – New York, 15 maggio 1967) è stato un pittore statunitense famoso soprattutto per i suoi ritratti della solitudine nella vita americana contemporanea.


Hopper nasce a Nyack da Garret Henry e da Elisabeth Griffiths Smith. Edward già dall'età di 5 anni dimostra una spiccata abilità nel disegno. I suoi genitori, scoperta questa dote, lo incoraggiano facendogli leggere riviste e libri sull'arte. Nel 1895 dipinge il suo primo quadro dove mostra uno spiccato interesse verso le navi e tutto ciò che è legato ad esse.

Gli inizi

Nato a Nyack, piccola cittadina sul fiume Hudson da una colta famiglia borghese americana, Hopper entra nel 1900 alla New York So Art. Nell'istituto si trova fianco a fianco con altri futuri protagonisti della scena artistica americana dei primi anni cinquanta: Guy Pène du Bois, Rockwell Kent, Eugene Speicher e George Bellows. Importante per la sua formazione e crescita, però, è il contatto con tre insegnanti della scuola: William Merrit Chase, che lo avrebbe incitato a studiare. Il suo primo impiego è come illustratore pubblicitario per la C. Phillips & Company.


I viaggi all'estero

Nel 1906 si reca per la prima volta in Europa, visitando Parigi, dove sperimenterà un linguaggio formale vicino a quello degli impressionisti, e proseguendo poi, nel 1907, per Londra, Berlino e Bruxelles.

Lo stile personale ed inconfondibile, formato da precise scelte espressive, emerge e si forma nel 1909, quando decide di tornare a Parigi per sei mesi, dipingendo a Saint-Germain-des-Prés e a Fontainebleau.

La sua pittura predilige un particolare e ricercato gioco di luci e ombre, la descrizione di interni, imparata da Degas e perfezionata durante il suo terzo e ultimo viaggio all'estero, a Parigi e in Spagna nel 1910, e il tema centrale della solitudine.

Mentre in Europa prendevano piede il fauvismo, il cubismo e l'astrattismo, Hopper viene attratto per lo più da Manet, Pissarro, Monet, Sisley, Courbet, Daumier, Toulouse-Lautrec e dal più antico Goya.

Il ritorno in patria

Tornato stabilmente negli Stati Uniti, che non lascerà più, Hopper abbandona le nostalgie europee che lo avevano influenzato sino a quel momento, ed inizia ad elaborare soggetti legati alla vita quotidiana americana, modellando il suo stile alla vita di tutti i giorni. Tra i soggetti cui si dedica vi sono soprattutto la rappresentazione di immagini urbane di New York e delle scogliere e spiagge del vicino New England.

Nel 1918 è uno dei primi membri del Whitney Studio Club, il più vitale centro per gli artisti indipendenti dell'epoca.

Tra il 1915 ed il 1923 abbandona temporaneamente la pittura, dedicandosi a nuove forme espressive come l'incisione, eseguendo puntesecche e acqueforti, grazie alle quali otterrà numerosi premi e riconoscimenti, anche dalla prestigiosa National Academy of Design.
In questo edificio adiacente il Washington Square Park di New York, si trovava lo studio di Hopper

Il successo

Il successo ottenuto con una mostra di acquerelli (1923) e con un'altra di dipinti (1924) contribuiscono a fare di Hopper il caposcuola dei realisti che dipingevano la "scena americana".

La sua evocativa vocazione artistica si rivolge sempre più verso un forte realismo, che risulta la sintesi della visione figurativa combinata con il sentimento struggente e poetico che Hopper percepisce nei suoi soggetti. Diceva: "non dipingo quello che vedo, ma quello che provo".

Predilige immagini urbane o rurali, immerse nel silenzio; i suoi spazi sono reali ma in essi c'è qualcosa di metafisico (senza alcun accostamento alla corrente italiana), che comunica allo spettatore un forte senso di inquietudine. La composizione dei quadri è talora geometrizzante, sofisticato il gioco delle luci fredde, taglienti e volutamente "artificiali", sintetici i dettagli. La scena è spesso deserta; raramente vi è più di una figura umana, e quando ve ne è più di una, sembra emergere una drammatica estraneità e incomunicabilità tra i soggetti che ne accentua la dolorosa solitudine. Di lui è stato detto che sapeva "dipingere il silenzio". Hopper utilizzò composizioni e tagli fotografici simili a quelli degli impressionisti, che aveva visto dal vero, come si è detto, a Parigi all'inizio del Novecento, ma di fatto il suo stile fu personalissimo e imitato a sua volta da cineasti e fotografi.

Nel 1937 Hopper acquista una casa a Truro (Massachusetts), nella penisola di Cape Cod, dove da allora iniziò a passare regolarmente i mesi estivi. Il paesaggio di Cape Cod, con le sue dune, case e fari, si ritrova in molti suoi dipinti, come The House on The Hill, Cape Cod Evening o Cape Cod Morning.

Nel 1933 il Museum of Modern Art di New York gli dedica la prima retrospettiva e il Whitney Museum of American Art, la seconda nel 1950.

Hopper muore a 85 anni il 15 maggio 1967 nel suo studio nel centro di New York. Oggi è considerato uno dei grandi maestri americani, citato in qualche caso come precursore della Pop Art .

Fonte Wikipedia, l'enciclopedia libera.


mercoledì 2 febbraio 2011

Jan Vermeer



L'opera è firmata "IV Meer"; la firma fu svelata dopo un restauro eseguito nel 1901, quando il dipinto apparteneva a due mercanti londinesi.
Il soggetto dell'opera è l'episodio evangelico che narra la visita di Gesù nell'abitazione di Marta di Betania e della sorella Maria. Nel Vangelo secondo Luca 10,38-42 si narra di come le due sorelle accolgano Gesù in casa, ma mentre Marta si occupa delle faccende domestiche, Maria si siede ad ascoltare la parola di Gesù. Marta se ne lamenta con Gesù, ma questi le risponde: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».
Si tratta di una delle poche tele di Vermeer a carattere religioso, dato che l'artista è il pittore della "pelle" delle cose, più che della spiritualità. Vermeer si convertirà al cattolicesimo poco prima della sua morte.


Raffigura una fanciulla volta di tre quarti colpisce in particolar modo l'espressione estatica, assolutamente languida ed ammaliante (secondo alcuni carica anche di un innocente erotismo), dello sguardo della giovane modella: sembra sia stato lo stesso Vermeer a chiedere alla ragazza, posta di fronte alla grande finestra illuminata dalla luce naturale del suo atelier, di voltare il capo più volte lentamente, tenendo socchiuse le labbra per produrre questo effetto.
La suggestiva leggenda che circonda questo quadro – e che colora con una punta di sentimentalismo la biografia di un grande pittore del quale si sa tuttora ben poco, e che poco ha lasciato: una trentina di dipinti in tutto e tutti di piccole dimensioni – è stata rievocata nel 2003 per il cinema da un film dal titolo La ragazza con l'orecchino di perla, interpretato dall'attrice Scarlett Johansson ed ispirato al romanzo omonimo della scrittrice Tracy Chevalier.

(fonte Wilkipedia)