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giovedì 4 luglio 2013

Quintus Horatius Flaccus - Odi 1, 11,

A sundial inscribed carpe diem




Tu non domandare - è un male saperlo - quale sia l'ultimo giorno che gli dei, Leuconoe, hanno dato a te ed a me, e non tentare gli oroscopi di Babilonia. 
Quanto è meglio accettare qualunque cosa verrà !
Sia che sia questo inverno - che ora stanca il mare Tirreno sulle opposte scogliere -  l'ultimo che Giove ti ha concesso, sia che te ne abbia concessi ancora parecchi, sii saggia, filtra il vino e taglia speranze eccessive, perché breve è il cammino che ci viene concesso.
Mentre parliamo, il tempo invidioso già sarà fuggito: cogli l’attimo, confidando il meno possibile nel domani

Quinto Orazio Flacco

 
Quinto Orazio Flacco, ritratto di Anton von Werner  

 Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Vt melius, quidquid erit, pati,
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum! Sapias, uina liques et spatio breui
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit inuida
aetas. Carpe diem, quam minimum credula postero.

*** ---***

Carpe diem ‹... dìem› locuz. lat. (propr. «cogli il giorno [presente]»). – Parole con cui Orazio (Odi I, 11, 8) esorta a saper godere dei beni che la vita ci offre giorno per giorno; la massima riassume l’ideale oraziano, di origine stoico-epicurea, di una vita goduta nel bene che essa ci dà, anche se è poco, e viene spesso ripetuta, inesattamente, come invito al vivere gioioso e senza pensieri.

Quinto Orazio Flacco - Odi, I, 31





Cosa ti chiedo, mentre prego
 Apollo vate?
 Forse vino nuovo
 da mescere nella pàtera?
 No, non abbondanti messi di Sardegna
 non mandrie della calda Calabria
 non oro o avorio indiani
 o le terre del Liri
 piene di pace
che il fiume tocca
in silenzio, consumandole.

Io sono pago delle viti calene  
le ho avute dalla dea Fortuna
 qualcuno berrà in coppe d'oro
il vino che la Siria dà in offerta
 saranno senz'altro amati dagli dèi
 coloro che stanno sempre sull'Atlantico
a guardare, senza paura.

A me bastano l'oliva
 la cicoria, un po' di malva tenera.
Questo ti chiedo

 figlio di Latona
 di essere felice per ciò che già possiedo  
in salute  
con mente integra
 invecchiando serenamente.
Avendo ancora la forza di cantare.

mercoledì 3 luglio 2013

Orazio, Odi, I, 34





Tutto può succedere. Sai come Giove
di solito aspetta che le nuvole si ammassino
prima di scagliare il fulmine? Invece un momento fa
ha scaraventato al galoppo il carro e i cavalli del tuono 

per un cielo assolutamente sereno. Ha sconvolto la terra
 e il sottoterra ingombro, lo Stige e i ruscelli 
serpeggianti, persino le coste dell'Atlantico.

Tutto può succedere, le costruzioni più alte

 precipitare, i potenti cadere, le persone
ignorate emergere.La Fortuna dal becco di rasoio

 piomba in picchiata con stridore d'aria, strappa la corona
 ad uno la pone sanguinante sull'altro.

La terra trema. Il cielo sostenuto da Atlante
si solleva come il coperchio di una pentola.
La chiave di volta vacilla, niente ritorna al suo posto.
Veli di fumo e cenere abbuiano il giorno.