Così è la vita !
Emigrare è anche bello. È bello conoscere ed apprendere lingue nuove, sensazioni che si muovono in spazi diversi; strade , monti e boschi, fiumi e laghi.. volti ..che si aprono per diventare memoria.E ami le terre avute in dono dalla vita e le strade e le piazze e nuovi ricordi, nel tempo, affollano la mente raccontati in lingue diverse dalla tua e non ci fai caso tanto ti appartengono e sono tuoi.Conosci l’inglese, apprendi il tedesco, hai fatto nuove amicizie e ti è piaciuto. Diritti riservati
mercoledì 28 luglio 2010
lunedì 26 luglio 2010
domenica 25 luglio 2010
Boris Vian - Mi piacerebbe
sabato 24 luglio 2010
Michel Quoist
venerdì 23 luglio 2010
Giovanni Paolo II - Canto al Dio nascosto
l’amore ha risolto tutto per me –
perciò ammiro questo Amore
dovunque Esso si trovi.
E poiché sono una distesa aperta al flusso silenzioso
che non ha nulla dell’onda tonante che non poggia
ai tronchi iridescenti
mi ha molto di un’onda quieta che scopre luce negli abissi
e alita questo chiarore su foglie non inargentate.
Perciò in quel silenzio io-foglia,
liberata dal vento,
non mi curo più di alcuno dei giorni inabissati
perché so che tutti s’inabisseranno.
mercoledì 21 luglio 2010
Pablo Neruda, Il poeta da Canto general

All'inizio vagabondai per la vita
a causa di un amore infelice:
mantenni però in me un minuto foglio di quarzo
e fu grazie ad esso che puntai gli occhi sull'esistenza.
Acquistai gentilezza
pur recandomi spesso al mercato del desiderio
non mancando di bere l'acqua scura dell'invidia,
quell'astio che tanto spesso trasforma noi uomini
in maschere di paura.
Mi sommersi nella melma marina
dove quel fiore, il giglio, di colpo
parve fagocitarmi nel breve volgere di un'onda.
Lì appoggiai il mio piede
mentre il mio spirito slittava pericolosamente
verso il morso dell'abisso.
E' così che nacquero i miei primi versi
è così che li riscattai dalle erbe velenose,
che li brandii contro la solitudine
quasi fossero una colpa da espiare
o tutto ciò che mi restava da opporre
al fiore dell'immoralità.
In questo modo, solitario come l'acqua scura
che emerge da abissi profondi,
passai di mano in mano
nella solitudine di ogni mio simile,
vincendo l'odio e l'invidia di ogni giorno.
Imparai che così vivevano altri uomini,
coperti a metà dal mio stesso fango,
come creature del più strano dei mari,
quello che dal pantano della vita
ci conduce alla morte.
La morte che ci spalancherà strade e portoni.
La morte che - con noi - scivolerà sui muri.
lunedì 12 luglio 2010
Petali di rosa

I tuoi occhi ricordano la mia terra,
... di prati verdi e colline in fiore
e ulivi resistenti al gelo
che in bravura un pastore li batte.
Le tue labbra han qualcosa di mio
che troppe volte le guardai,
baciai,
cercando lo sfogo ai sentimenti...
Ma non ho niente per te
e me n’andrò, solitario, per la mia strada.
Ti penserò, allora
guardando ad un passato che muore,
lontano,
tra petali di rosa.
(Giovenale Nino Sassi 1968)
Paulho Coelho, Sulla Sponda del Fiume Piedra
Caravaggio - la cena di EmmausPerchè tu conosci la debolezza dl cuore dei tuoi figli
e a ciascuno concedi solo il fardello che puo' sopportare.
Che tu comprenda il mio amore,
perchè è l'unica cosa che possiedo realmente,
l'unica cosa che potrò portare con me nell'altra vita.
Fa che esso si mantenga coraggioso, puro e sempre vivo,
malgrado gli abissi e le trappole del mondo.
Giuseppe Ungaretti

La Madre
E il cuore quando d'un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d'ombra
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all'Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m'avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d'avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.
[Giuseppe_Ungaretti ]
sabato 10 luglio 2010
Destinatario sconosciuto: viviamo in tempi difficili
Pier Paolo Pasolini nelle sue ‘’pagine corsare’’ scriveva…
Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
[………]
Anch’io, oggi come allora potrei scrivere… Io so. per dire che riconosco le manipolazioni, il niente che ‘’qualcuno’’ vorrebbe vendermi per vero..
E’ sufficiente vivere, andare al mercato, viaggiare fuori dai confini nazionali, leggere un giornale straniero…
Basta vivere, andare allo stadio, prendere il tram o il treno dei pendolari e scoprire che le parole non dette parlano, raccontano meglio di un articolo di spalla o di apertura di un giornale.
Basta vivere e mantenere un equilibrato senso della ricerca, per riconoscere ciò che è giusto, vero che poi è tutto ciò che è veramente bello e poi dire:
Io so che questo non è un paese aperto ai giovani e al loro futuro…
Io so che viviamo in tempi difficili…
Io so che la corruzione sta divorando il paese
Io so che è tornato il tempo di dire che il nero è nero e il bianco è bianco per poi ricominciare.
Io so […]
Vedo l’immondizia ai lati della strada,
l’immigrato che vende calzini davanti al super mercato …
l’umanità perduta che ‘’qualcuno’’ vorrebbe cancellare ma esiste E’ quella dei senza lavoro
Vedo….Il lavoro che non c’è e qualcuno vorrebbe metterci paura …
‘’Non abbiate paura’’ diceva, anzi gridava con forza un grande uomo.
Uno che aveva attraversato il secolo breve e i suoi delitti…
venerdì 9 luglio 2010
Marc ChagallL'Aquilone - Giovanni Pascoli
C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d'antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.
Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento.
Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch'erbose hanno le soglie:
un'aria d'altro luogo e d'altro mese
e d'altra vita: un'aria celestina
che regga molte bianche ali sospese...
sì, gli aquiloni! E' questa una mattina
che non c'è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d'albaspina.
Le siepi erano brulle, irte; ma c'era
d'autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera
bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso.
Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.
Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s'inalza.
S'inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.
S'inalza; e i piedi trepidi e l'anelo
petto del bimbo e l'avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.
Più su, più su: già come un punto brilla
lassù, lassù... Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto... - Chi strilla?
Sono le voci della camerata mia:
le conosco tutte all'improvviso,
una dolce, una acuta, una velata...
A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! E te, sì, che abbandoni
su l'omero il pallor muto del viso.
Sì: dissi sopra te l'orazioni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni!
Tu eri tutto bianco, io mi rammento:
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.
Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!
Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore
ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch'io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto...
Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!
Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co' bei capelli a onda tua madre...
adagio, per non farti male.
.
L’aquilone di Giovanni Pascoli racconta un episodio dell’infanzia del poeta.
La gioia e la felicità di un ricordo del passato si uniscono all’amarezza per la morte di un compagno di collegio.
mercoledì 7 luglio 2010
lunedì 5 luglio 2010
Gli ultimi giorni

Da akatalēpsía , il bellissimo blog di Clelia Mazzini ripredo un post molto interessante.
Gli ultimi giorni sono disgraziati; e così gli ultimi momenti sono momenti disgraziati. Non è il fatto che si avvicini la separazione a rendere quei giorni e quei momenti così disgraziati, bensì la sensazione che ci si aspetti qualcosa di speciale da loro, qualcosa che mancano sempre di produrre. Periodi spasmodici di piacere, di affetto, e persino di studio, di rado evitano di deludere quando premeditati. Quando giungono gli ultimi giorni, gli si dovrebbe permettere di arrivare e scivolare via senza particolare attenzione o menzione. E quanto agli ultimi momenti, non dovrebbero esistere. Semplicemente. Che siano finiti per sempre, ancor prima che sia riconosciuta la loro esistenza.
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 10,1-12.17-20.
Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. Io vi dico che in quel giorno Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città. I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse: «Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli
sabato 3 luglio 2010
John Keats -Fantasia

Lascia sempre vagare la fantasia,
È sempre altrove il piacere:
E si scioglie, solo a toccarlo, dolce,
Come le bolle quando la pioggia picchia;
Lasciala quindi vagare, lei, l’alata,
Per il pensiero che davanti ancor le si stende;
Spalanca la porta alla gabbia della mente,
E, vedrai, si lancerà volando verso il cielo
martedì 29 giugno 2010
Vittorio Sereni - Il grande amico
E tutto porti me nella sua luce,
che largo rida ove io sorrida appena
e forte ami ove io accenni a invaghirmi...
Ma volano gli anni, e solo calmo è l’occhio che antivede
perdente al suo riapparire
lo scafo che passava primo al ponte.
Conosce i messaggeri della sorte,
può chiamarli per nome. E’ il soldato presago.
Non pareva il mattino nato ad altro?
E l’ala dei tigli
e l’erta che improvvisa in verde ombrìa si smarriva
non portavano ad altro?
Ma in terra di colpo nemica al punto atteso
si arroventa la quota.
Come lo scolaro attardato
- né più dalla minaccia della porta
sbarrata fiori e ali lo divagano –
io lo seguo, sono nella sua ombra.
Un disincantato soldato.
Uno spaurito scolaro
Destinatario sconosciuto
[…‘’ lettera da un amico’’…]
domenica 27 giugno 2010
Saltimbanchi ( Saltimbanques) di Guillaume Apollinaire
Davanti agli usci di grigie locande
Per i villaggi senza campanili
E i ragazzi camminano davanti
Gli altri seguono sognando
Ogni albero da frutta si rassegna
Quando a distanza gli fanno segno
Hanno pesi rotondi o quadrati
E tamburi e cerchi dorati
L'orso e la scimmia animali saggi
Fanno la questua al loro passaggio
(Guillaume Apollinaire - (Fonte) Wikipedia)
Figlio naturale di un ufficiale italiano, Francesco Flugi d'Aspermont, e di una nobildonna polacca, Angelica de Kostrowicky, Apollinaire si trasferì in Francia ancora adolescente. Ebbe un'adolescenza instabile e disordinata, trascorsa tra vaste letture e numerosi viaggi, ma con studi non regolari. Conobbe e frequentò i letterati d'avanguardia a Parigi, tra i quali anche i poeti Giuseppe Ungaretti e Max Jacob e il pittore Pablo Picasso. Allo scoppio della prima guerra mondiale, sceglie di arruolarsi come volontario, ma nel 1916 viene ferito a una tempia. L'interesse per il moderno lo portò a sostenere anche il futurismo di Filippo Tommaso Marinetti e la pittura metafisica di Giorgio De Chirico.
Il 1910 inaugurò la vita letteraria del trentenne Guillaume con i sedici racconti fantastici intitolati L'eresiarca & C., mentre nel 1911 pubblicò le poesie di Bestiario o corteggio di Orfeo e nel 1913 Alcools, raccolta delle migliori poesie composte fra il 1898 e il 1912.
Quest'opera rinnovò profondamente la letteratura francese, ed è oggi considerata il capolavoro di Apollinaire insieme con Calligrammes (1918). Sono dei veri e propri componimenti scritti appositamente per formare un disegno che rappresenta il soggetto della poesia stessa.
Per quanto riguarda la prosa si può ricordare Il poeta assassinato (1916), raccolta di novelle e racconti che si articolano tra l'epico e l'autobiografico, ispirati alle esperienze sul fronte francese della Grande Guerra, dove combatté col grado di sottotenente e venne ferito; il dramma Les mammelles de Thyrésia (rappresentato nel 1917
S'éloignent au long des jardins
Devant l'huis des auberges grises
Par les villages sans églises
Et les enfants s'en vont devant
Les autres suivent en rèvant
Chaque arbre fruitier ser résigne
Quand de très loin ils lui font signe
lls ont de poids ronds ou carrés
Des tambours des cerceaux dorés
L'ours et le singe animaux sages
Quêtent des sous sur leur passage
Alcools, 1913
sabato 26 giugno 2010
Vittorio Sereni - da Versi a Proserpina
Claude MonetLa sera invade il calice leggero
che tu accosti alle labbra.
Diranno un giorno: - che amore
fu quello... -, ma intanto
come il cucù desolato dell'ora
percossa da stanza a stanza
dei giovani cade la danza,
s'allunga l'ombra sul prato.
E sempre io resto
di qua dalla nube smemorata
che chiude la tua dolce austerità.
venerdì 25 giugno 2010
mercoledì 23 giugno 2010

lunedì 21 giugno 2010
Johann Christian Friedrich Hölderlin e Susette

La relazione tra Hölderlin e Susette , durata poco più di due anni, finì con una violenta lite. In quella occasione Susette perse il controllo della situazione e, forse per nascondere al marito i suoi sentimenti ordinò a Hölderlin di lasciare immediatamente la casa e l’impiego di precettore. Reazione impulsiva, di cui Susette si pentì subito dopo perché comportò non soltanto il subitaneo licenziamento di Hölderlin, ma anche l’impossibilità di poterlo poi incontrare.
Tra i due inizia un rapporto epistolare intenso che riempie le pagine della letteratura tedesca e
Susette diventa , nel romanzo Iperione (Hyperion), Diotima, pseudonimo ispirato alla figura classica di Diotima di Mantinea, protagonista dell'amore e del dolore di Iperione, nonché incarnazione della bellezza ideale nell’antica Gracia
Una storia d’amore che rileggo con piacere
***
[Schiacciata dal peso di una lontananza che diventa ogni giorno più insopportabile Susette cerca di confortare l’amato. Non c’è tuttavia disperazione; Susette è cosciente di provare un amore eccezionale e ne accetta il prezzo].
Scrive Susette:
“Domani non ci potremo vedere, carissimo cuore! Dobbiamo avere pazienza e aspettare tempi migliori… Quanto mi addolori di non poterTi dire a voce quanto Ti ami, è indescrivibile. Amami ancora, in modo fedele, sincero e caldo a fai che la sorte impietosa non mi rubi nulla! … Non pensare amato! Che il destino del nostro amore mi faccia indignare o mi possa abbattere del tutto, è vero piango spesso, lacrime amare, amare, ma sono proprio queste lacrime che mi sostengono, fino a quando Tu vivrai non posso lasciarmi andare. Se non provassi più nulla, se l’amore scomparisse dal mio cuore, e cosa sarebbe una vita senza amore, io sprofonderei nella notte e nella morte. Fino a quando mi ami non posso andare in rovina. Tu mi mantieni viva e mi conduci sulla via della bellezza! Abbi fede in me e costruisci in modo solido sul mio cuore. Allora addio mio amato, caro cuore, e pensa come penso io che il nostro essere più intimo rimarrà immutabilmente lo stesso e si apparterrà l’uno all’altro. Il mese prossimo potrai di nuovo tentare. Forse potrai sentire tramite H. se sono di nuovo sola.” (Francoforte, febbraio 1799)
sabato 19 giugno 2010
venerdì 18 giugno 2010
Mario Rigoni Stern - Storia di Tönle

Pubblicato nel 1978, “La storia di Tönle” conferma la capacità di Mario Rigoni Stern di narrare con immediatezza e semplicità, traendo spunto dalla propria esperienza autobiografica. Ancora una volta, al centro del racconto sono le montagne dell’altopiano d’Asiago, mondo della memoria e della natura che impronta tutta l’opera dell’autore. Tönle Bintarn è un contadino veneto, pastore e contrabbandiere. La sua storia è quella di una persona costantemente in fuga: un'odissea che, tra la fine dell'Ottocento e la Prima Guerra Mondiale, lo getta per caso nei grandi eventi della Storia. La battaglia di Tönle è quella per la sopravvivenza, la propria e quella della civiltà cui sente d’appartenere. Mentre l’impero austro – ungarico sta per cadere, la vita nelle montagne della zona è dura, scandita dalla fame, dalla povertà e dalla fatica, e il contrabbando è un mestiere come un altro; ma Tönle ha ferito una guardia della Finanza Regia, ed è costretto a fuggire. Nel suo esilio per ogni dove, guadagnandosi il pane come può, l’uomo resta legato alle proprie radici, agli odori e ai sapori della propria terra, ai colori dell’altopiano, ai prati erbosi ed alle montagne innevate. E’ il ricordo di quella vita che consente a Tönle di sopravvivere, pure alla follia della guerra che lo travolge col suo spettacolo infernale di violenza e ingiustizia. Il suo universo è la sua forza interiore. E’ il ricordo delle silenziose giornate invernali trascorse al caldo del camino con il profumo della sua pipa, il ricordo delle foglie rosse d’autunno, dei pascoli, a salvare Tönle dalla disperazione, a cancellare il ricordo di morte e distruzione e sangue persino nel campo di concentramento di Katzenau. Da qui, si vedono le montagne innevate ad ovest di Linz; da qui Tönle imboccherà la strada dei pastori, per un lungo viaggio di ritorno.
(RAI_Internazionale)
giovedì 17 giugno 2010
Il Silenzio !
Fumatore di pipa è un dipinto ad olio su tela di cm 91 × 72 realizzato nel 1891 circa dal pittore francese Paul Cézanne.
È conservato al Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo.
Il soggetto del dipinto è un giovane contadino, lavoratore alla residenza del Jas de Bouffan di proprietà della famiglia Cézanne, che accettò di posare dietro modesto compenso. Al giovane sono dedicate ben tre tele del pittore.
Ci sono due tipi di silenzio
"C'è il silenzio tragico dell'incomunicabilità, e c'è il silenzio della fecondità e del coraggio, che è proprio di chi rinuncia a farsi sentire all'esterno per raggiungere nel profondo le radici della verità e della vita. Il nostro tempo ha bisogno di riscoprire la fecondità del silenzio, per superare l'effimero, la dissipazione dei suoni, delle immagini, delle chiacchiere che troppo spesso impediscono di sentire la voce di Dio ."
(Giovanni Paolo II)
William Butler Yeats
lì, vicino al fuoco
ricordati di questo libro, prendilo
e leggine piano i sogni che ti ha offerto quando eri giovane,
quando i tuoi occhi conobbero
luci repentine e rare ombre.
Ricorda tutti i tuoi amori, le speranze, le delusioni,
chi ti amò sinceramente e chi brutalmente abbandonò
la tua bellezza.
Ma uno solo, ricordati, amò la tua anima inquieta
e quel dolore silenzioso che spesso ti accompagnava.
Così, reclina sul fuoco scoppiettante, pronuncerai poche parole
e un impercettibile velo di tristezza ti ricorderà quell'Amore perduto;
allora alzerai lo sguardo verso i monti, alti all'orizzonte
e rivedrai il suo viso, nascosto tra un nugolo di stelle.
mercoledì 16 giugno 2010
Seneca _ Lettere a Lucilio, 8, 2

domenica 13 giugno 2010
Vittorio Sereni - Le ceneri

Che aspetto io qui girandomi per casa,
che s'alzi un qualche vento
di novità a muovermi la penna
e m'apra una speranza.
Nasce invece una pena senza pianto
né oggetto, che una luce
per sé di verità da sé presume
- e appena è un bianco giorno e mite di fine inverno.
Che spero io più smarrito tra le cose.
Troppe ceneri sparge attorno a sé la noia,
la gioia quando c'è basta a sé sola.
venerdì 11 giugno 2010
CHE BELLE QUELLE USCITE NEL SILENZIO!
Ottone RosaiCHE BELLE QUELLE USCITE NEL SILENZIO!
Che belle quelle uscite nel silenzio!
La steppa sterminata come il mare,
erbe che sospirano, fruscii di formiche
pianto ondeggiante di zanzare.
Cumuli di nuvole si sono allineati
e dileguano, come un vulcano sul vulcano.
Tace la steppa, sterminata e fradicia,
ondeggia, trascina , sospinge.
La nebbia come mare ci sommerge,
le lappole s'attaccano alle frange.
Bellissimo vagare nella steppa come sulla spiaggia.
Ondeggia, trascina, sospinge.
(Boris Pasternak)
lunedì 7 giugno 2010
Seneca - Epistole a Lucilio, 1
Dunque, Lucilio caro, fai quel che mi scrivi: metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l'altro la vita se ne va. Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro. La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene. Gli uomini sono tanto sciocchi che se ottengono beni insignificanti, di nessun valore e in ogni caso compensabili, accettano che vengano loro messi in conto e, invece, nessuno pensa di dover niente per il tempo che ha ricevuto, quando è proprio l'unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire" (Epistole a Lucilio, 1).
sabato 5 giugno 2010
mercoledì 2 giugno 2010
Situazioni che si ripetono

Nel mese di ottobre del 1974 scrivevo un articolo per un quotidiano nazionale del Nord Italia: una corrispondenza da Zurigo . Raccontavo la vicenda di un giovane immigrato italiano simile a quella che recentemente , VALERIA CHIANESE, giornalista del quotidiano Avvenire, racconta per descrivere la situazione che molti uomini e donne, specie del SUD stanno vivendo.
E’ tardi per scrivere e il giorno è stato faticoso. E' tardi per commentare, proporre riflessioni o elementi per una discussione ….Lascio spazio agli articoli che, credo, si raccontano da soli.
Dimenticavo… nel 1974 siamo nel pieno della crisi petrolifera.
IO NON SO
Quel luogo che sta nella mente fatto di fantasia ed aspirazioni incompiute al quale s’accede in momenti particolari e subito porta alla giovinezza è un insieme d’immagini sovrapposte e diverse nella sostanza; appuntamento comune con se stessi diventa, per l’emigrante, la terra promessa.
Io non so, adesso, dove sta la terra degli emigranti, se esiste o è un luogo della fantasia. Succede che questo andare verso direttrici diverse dalla logica rende improbabili i concetti.
Non bisognerebbe sprecare le risorse naturali: gli ettari che restano incolti, le braccia capaci di trasformare, di costruire.
Questa quantità che è una qualità sempre considerata eccedente è il simbolo di due Italie.
Una spinta verso il presunto miracolo economico, l’altra lasciata, per la prima, nella continua arretratezza.
Treni lunghissimi correvano, negli anni ’60, dal sud verso il nord, verso le pensiline delle città industriali d’Europa.
Portavano uomini tristi per quella realtà dipendente, senza proprietà, portatori necessari del sistema.
Aldo dice che non bisogna emigrare. “Bisogna restare e lottare” dice “ ma come fai se non c’è niente”.
Bruno e scuro di carnagione, giovane e robusto, calmo, abituato a girare il mondo e a non stupirsi di nulla, è uno degli immigrati italiani che a Zurigo lavora nelle imprese edili
“A Carlantino non c’è niente” aggiunge mimando con le dita.
“qualcuno trova lavoro a Foggia ma a Carlantino c’è solo disoccupazione”
Zurigo cerca lentamente di cambiare: gli edifici vengono abbattuti e ricostruiti, l’autostrada disegna tangenti aeree sulla periferia.
Ogni cosa sta a suo posto, qui, e recita un copione scontato:
“Nessuno esce dalle strisce pedonali, nessuno getta carta in terra”.
La mentalità pigra e materialista del luogo presenta aspetti dolci e brutali che forse la natura a comunicato agli abitanti.
Ognuno sta a suo posto, qui: gli indigeni organizzano, gli immigrati lavorano.
“Il sudore non convince questa gente” racconta Aldo “abbiamo il diritto di lavorare insieme all’umiliazione d’essere appena sopportati”.
A quest’ora del pomeriggio il “Caravelle Tea Room” è deserto. Gli italiani arrivano più tardi, alla spicciolata, dopo le partite di calcio, prima della messa vespertina.
La Missione Cattolica sta, infatti, ad un isolato dopo la curva a gomito nel cuore del quartiere italiano.
“Loro pensano all’economia” aggiunge Aldo” “ e alla produzione, pensano che dobbiamo ringraziarli per il lavoro e tutto sommato hanno ragione. E’ il Governo italiano che deve difenderci,che deve impedire la disoccupazione”
Aldo ha lasciato Zurigo: è stato licenziato.
Gli hanno detto che l’impresa non può mantenere gente incapace e chiacchierona ma lavoratori appassionati e produttivi.
Lui, il chiacchierone è partito. A Carlantino potrà muoversi liberamente.
Non ci sono strisce pedonali, infatti ma poche strade e una piazza stretta tra le case in sasso.
Giovenale Nino Sassi
Zurigo, ottobre 1974

VALERIA CHIANESE, del quotidiano Avvenire riporta la testimonianza di Luigi, un giovane geometra di Napoli.
Il sogno di una vita Luigi Russo lo ha visto infrangersi in un caldo giorno di maggio davanti alla scrivania del suo 'capo': licenziato. «Siete in troppi e io non posso mantenervi tutti, ha detto il titolare dell’azienda. Eravamo in dieci e ci ha man dati via. Non tutti giovani come me, c’era chi ha famiglia, figli piccoli, il mutuo della casa da pagare», racconta ora Luigi, 26 anni e un diploma di geometra, che, e non capita spesso a Napoli e in Campania, gli ha permesso di trovare un lavoro fisso dopo solo qualche anno dalla fine della scuola e dopo un po’ di gavetta. «Mi sono sem pre sentito fortunato, ma ho seguito anche corsi di specializzazione e di formazione », precisa sorridendo e con un pizzico di orgoglio, cui segue subito l’amara constatazione: «Ma non mi serviranno a niente adesso che qui manca il lavoro per tutti». Luigi è fidanzato con Linda, impiegata di banca. Avevano progettato di sposarsi tra un paio di anni: «L’amore non dovrebbe conoscere l’aritmetica – aggiunge –. Però due cuori e una capanna davvero non bastano. Bisogna fare i conti, non solo con la realtà, ma con le proprie forze, che spesso dipendono da quanto hai nel portafogli». Luigi aveva premesso di non voler parlare di soldi, «però alla fine si finisce sempre lì e non puoi fare diversamente» dice e si chiede perché debba sempre finire così: «Per ché una persona non può progettare la propria vita in un modo normale? Avere un lavoro, mettere su famiglia, chiedere serenità e soprattutto non essere più un peso per i genitori ». Ogni mattina, da quando ha perso il lavoro, Luigi esce di casa per cercarne un altro. «Mi so no iscritto a un’agenzia di lavoro interinale, ho consegnato il mio curriculum, per quello che può servire – af ferma non senza pessimismo –. Due settimane fa, il sabato e la domenica, sono stato in un ristorante come lavapiatti, per guadagnare quel tanto per la benzina e il giornale». Sul domani «che poi non è tanto lontano» osserva, Luigi non riesce a pronunciarsi: «Dentro di me c’è rabbia e frustrazione. I miei genitori, la mia ragazza, mi sostengono, non mi rimpro¬verano niente, ma io mi vergogno. Mi dicono: sei giova ne, c’è tempo. Sarà vero – conclude –. Ma io non voglio entrare nelle statistiche e nel la vita da disoccupato».
Geometra, 26 anni, da un giorno all’altro il suo capo lo ha licenziato. Pensava di sposarsi: «Ma come si fa?»
lunedì 31 maggio 2010
Stefania Calledda
Ed ora che ho lasciato le mie valigie sull’uscio,
mi riesce ancora così triste
la tua incapacità d’amarmi,
la tua fuga da ogni
sentimento reale,
la tua indolenza.
Sul fondo del dirupo
la tua assenza
mi lacerava ed ancora mi ferisce.
Che cosa ti rimarrà di me,
se non una corona di spine?
Stefania Calledda, 30 maggio 2010
giovedì 27 maggio 2010
Pensando a Mallarmè... a modo mio... (ri)leggo Brecht

A quelli nati dopo di noi - Bertolt Brecht
Veramente, vivo in tempi bui!
La parola disinvolta è folle. Una fronte liscia
indica insensibilità. Colui che ride
probabilmente non ha ancora ricevuto
la terribile notizia.
Che tempi sono questi in cui
un discorso sugli alberi è quasi un reato
perché comprende il tacere su così tanti crimini!
Quello lì che sta tranquillamente attraversando la strada
forse non è più raggiungibile per i suoi amici
che soffrono?
È vero: mi guadagno ancora da vivere
ma credetemi: è un puro caso. Niente
di ciò che faccio mi da il diritto di saziarmi.
Per caso sono stato risparmiato.
(Quando cessa la mia fortuna sono perso)
Mi dicono: mangia e bevi! Accontentati perché hai!
Ma come posso mangiare e bere se
ciò che mangio lo strappo a chi ha fame, e
il mio bicchiere di acqua manca a chi muore di sete?
Eppure mangio e bevo.
Mi piacerebbe anche essere saggio.
Nei vecchi libri scrivono cosa vuol dire saggio:
tenersi fuori dai guai del mondo e passare
il breve periodo senza paura.
Anche fare a meno della violenza
ripagare il male con il bene
non esaudire i propri desideri, ma dimenticare
questo è ritenuto saggio.
Tutto questo non mi riesce:
veramente, vivo in tempi bui!
Voi, che emergerete dalla marea
nella quale noi siamo annegati
ricordate
quando parlate delle nostre debolezze
anche i tempi bui
ai quali voi siete scampati.
Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe,
attraverso le guerre delle classi, disperati
quando c'era solo ingiustizia e nessuna rivolta.
Eppure sappiamo:
anche l'odio verso la bassezza
distorce i tratti del viso.
Anche l'ira per le ingiustizie
rende la voce rauca. Ah, noi
che volevamo preparare il terreno per la gentilezza
noi non potevamo essere gentili.
Ma voi, quando sarà venuto il momento
in cui l'uomo è amico dell'uomo
ricordate noi
Con indulgenza.

martedì 25 maggio 2010
Bertolt Brecht: Hollywood
per guadagnarmi da vivere,
vado al mercato dove si comprano le bugie.
Pieno di speranza
mi metto tra chi vende.

Donghi





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