mercoledì 8 maggio 2013

Bertolt Brecht, "A coloro che verranno", 1939.

 
Battaglia tra romani e barbari


Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l'ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d'alberi è quasi un delitto,
perchè su troppe stragi comporta silenzio!
E l'uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell'affanno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m'autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
e sono perduto).






"Mangia e bevi!", mi dicono: "E sii contento di averne".
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d'acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!

Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m'era stato dato.







Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all'amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m'era stato dato.

Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m'era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m'era stato dato.







Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c'era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l'odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l'ira per l'ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l'ora
che all'uomo un aiuto sia l'uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

Marco Aurelio Antonino - A se stesso

 Foto: E adesso, a che cosa ti puoi affidare?
A una sola cosa; a un'unica cosa: la filosofia.
E' lei che ti permetterà di conservarti [...] capace di agire senza intraprendere nulla a caso; [...] libero dal bisogno che altri facciano o non facciano una qualunque cosa...

Marco Aurelio Antonino
A se stesso
 
 
 
E adesso, a che cosa ti puoi affidare?
A una sola cosa; a un'unica cosa: la filosofia.
E' lei che ti permetterà di conservarti [...] capace di agire senza intraprendere nulla a caso; [...] libero dal bisogno che altri facciano o non facciano una qualunque cosa...



Nuno Júdice - Ipotesi d’amore



Modigliani



Finalmente ho trovato il segreto,
la chiave di cristallo che apre ciò che scrivo,
e un po’ ne ho paura.
Forse nell’infinità dei campi
dove, sul limitare del fiume, fiorisce il giglio
ho visto le tracce che hai lasciato
così come te – in un miraggio di tempo -
hai visto me all’ombra di quel dirupo.
Se la tua bocca, appena aperta
in un delirio di melograni,
mi ha toccato appena al di là del sogno,
io non me lo ricordo.
Quel che invece rammento,
nel flusso impreciso delle memorie notturne,
è la vampa rovente
di un pensiero d’amore.
Una pura e semplice ipotesi d’amore.


Nuno Júdice


- Scrittore,poeta e saggista portoghese (n. Mexilhoeira Grande, Faro, 1949).
Una delle vocipiù significative della poesia portoghese, è l'esponente di spicco di quellapoetica del "ritorno al reale" che si è andata delineando negli anniSettanta del 20° sec. nel panorama letterario del paese come reazione aglisperimentalismi dei decenni precedenti. Centrale anche la sua attività disaggista e critico letterario.
Tradotto in numerose lingue, una sua breveantologia poetica è apparsa in Italiacon il titolo La poesia corrompe le dita (a cura di A. Aletti, 1991). 

 


Modigliani





domenica 5 maggio 2013

La fine del Giorno di Charles Baudelaire

Foto: La Fine del Giorno 

Sotto una luce bigia, senza posa,
senza ragione, si contorce e incalza
danzando, spudorata e rumorosa,
la Vita: così, poi, quando s'innalza

voluttuosa la notte all'orizzonte,
e tutto, anche le fami, in sé racqueta,
tutto annuvola e spegne, anche le onte,
"Eccoti, alfine!" mormora il poeta.

"Pace ti chiede il mio spirito ed ogni
mia fibra, pace, e null'altro elisire;
ricolmo il cuore di funebri sogni,
vo' stendere le mie membra supine 

nella frescura delle tue cortine
e quivi sempre, o tenebra, dormire!

La fine del Giorno di Charles Baudelaire




Sotto una luce bigia, senza posa,
senza ragione, si contorce e incalza
danzando, spudorata e rumorosa,
la Vita: così, poi, quando s'innalza

voluttuosa la notte all'orizzonte,
e tutto, anche le fami, in sé racqueta,
tutto annuvola e spegne, anche le onte,
"Eccoti, alfine!" mormora il poeta.

"Pace ti chiede il mio spirito ed ogni
mia fibra, pace, e null'altro elisire;
ricolmo il cuore di funebri sogni,
vo' stendere le mie membra supine

nella frescura delle tue cortine
e quivi sempre, o tenebra, dormire!


 
Monet

  
La Fin de la Journée

Sous une lumière blafarde
Court, danse et se tord sans raison
La Vie, impudente et criarde.

Aussi, sitôt qu'à l'horizon

La nuit voluptueuse monte,
Apaisant tout, même la faim,
Effaçant tout, même la honte,
Le Poète se dit: «Enfin!

Mon esprit, comme mes vertèbres,
Invoque ardemment le repos;
Le coeur plein de songes funèbres,

Je vais me coucher sur le dos
Et me rouler dans vos rideaux,
Ô rafraîchissantes ténèbres!»
 


sabato 4 maggio 2013

Emily Dickinson - I'll tell you how the Sun rose

Vincent Van Gogh



Vi dirò come sorse il Sole -
Un Nastro alla volta -
I Campanili galleggiavano in Ametista -
La notizia, come Scoiattoli, corse -
Le Colline si slacciarono le Cuffie -
I Bobolink - iniziarono -
Allora mi dissi sommessamente -
"Dev'essere stato il Sole!"
Ma come è tramontato - non lo so -
Sembrava una purpurea staccionata
Che Gialli ragazzi e ragazze
Stessero in quel momento scalando -
Finché quando raggiunsero l'altro lato -
Un Maestro in Grigio -
Sollevò delicatamente le Sbarre della sera -
E condusse via il gregge -

(Emily Dickinson)
Vincent Van Gogh
 È facile descrivere il sorgere del sole, con il mondo che si risveglia e la luce che rende tutto chiaro e visibile. Più difficile afferrare il mistero del tramonto e dell'oscurità che lo segue, un buio che nasconde la concretezza e lascia spazio soltanto alla fede o al dubbio. Trasparente la metafora vita-morte, e particolarmente bella l'immagine finale, dove i raggi del sole al tramonto diventano gialli ragazzi e ragazze che si arrampicano nel porpora per poi scomparire nel mistero della sera e dell'oscurità. Il "Maestro in grigio" può essere un'immagine indistinta della divinità, ma anche la descrizione di un pastore di anime che porta il suo gregge verso l'immortalità.

(fonte:http://www.emilydickinson.it/j0301-0350.html)

Karin Boye, da L'altro sguardo


Karin Boye



Come posso dire se la tua voce è bella
So soltanto che mi penetra
E mi fa tremare come una foglia
E mi lacera e mi dirompe.

Cosa so della tua pelle e delle tue membra.
Mi scuote soltanto che sono tue,
così che per me non c’è sonno né riposo,
finchè non saranno mie.

Karin Boye
Karin Maria Boye (Göteborg, 26 ottobre 1900 – 24 aprile 1941)  è stata una scrittrice e poetessa svedese.
Nel 1909 si trasferì con la famiglia a Stoccolma e dal 1921 al 1926 studiò presso l'Università di Uppsala. Dopo la Prima guerra mondiale aderì al movimento pacifista Clarté e viaggiò in Europa: visitò l'URSS nel 1928, la Germania nel 1932 e la Grecia nel 1938.

Fonte Wikipedia

Decimo Giunio Giovenale





È stupida clemenza,
in questo brulicare di poeti,
graziare carte condannate al macero 
(Giovenale)

 

venerdì 3 maggio 2013

Thomas Stearns Eliot - Lirica





Modigliani


Se Tempo e Spazio, come i Saggi dicono,
sono cose che mai potranno essere,
il sole che non cede al mutamento
non è per nulla superiore a noi.
Così perché, Amore, dovremmo sperare
Di vivere un secolo intero?
La farfalla che vive un solo giorno
È già vissuta per l'eternità.

I fiori che ti diedi allorchè la rugiada
Tremolava sul tralcio rampicante,
prima che l'ape volasse a suggere
la rosellina di macchia erano già appassiti.
Così affrettiamoci a coglierne ancora
Senza tristezza se poi languiranno;
i nostri giorni d'amore sono pochi:
facciamo almeno che siano divini. 


Modigliani

 

giovedì 2 maggio 2013

Federico Garcia Lorca - Canzone del ragazzo dai sette cuori e Morte di Antonito el Camborio




Copertina della prima edizione di Romancero gitano (Madrid, Revista de Occidente, 1928)
Federico del Sagrado Corazón de Jesús García Lorca


Nel 1897 Federico Garcia Lorca sposò in seconde nozze Vincenta Lorca, una maestra dalle origini umili, di undici anni più giovane, da cui il poeta dirà di avere ereditato l’intelligenza (mentre la passione dal padre); a lei sarà sempre legato da un affetto profondo, esclusivo, e a lei confiderà lo smarrimento del cuore. 


Possiedo
sette cuori.
Ma il mio non l'incontro.
In cima al monte, madre
io e il vento ci siamo scontrati.

Sette ragazze dalle mani lunghe
mi portarono sui loro specchi.
Ho cantato per il mondo
con la mia bocca dai sette petali.
Le mie galere d'amaranto
procedevano senza sartie né remi.
Ho vissuto i paesaggi
d'altre genti. I miei segreti
intorno alla mia gola,
senz'accorgermene, parevan aperti.
In cima al monte, madre
(il mio cuore sopra gli echi,
nella custodia d'una stella),
ci siamo scontrati io e il vento.
Possiedo
sette cuori.
Ma il mio non lo trovo!




Primogenito di cinque figli, Federico  cresce in una famiglia numerosa (il padre è il maggiore di nove fratelli) e affatto ordinaria, in cui la musica occupa uno spazio di primo piano: lo zio Federico è un famoso chitarrista a Parigi; un prozio, Baldomero, fa il cantastorie per i paesi della Vega; e tutt’intorno risuona la musica dei gitani, che a Fuente Vaqueros sono un terzo della popolazione. Uno di loro, Antonio Torres Heredia, è amico del padre e frequenta la casa dei Garcia Lorca: gitano dall’eleganza aristocratica, musicista raffinato, aveva insegnato alle zie a suonare la chitarra; morirà in un agguato tesogli dai suoi quattro cugini Heredias, diventando uno dei protagonisti di uno dei romances più popolari.




Amo il silenzio…


 
Norberto

Amo il silenzio…
lo cerco e lui mi trova
Nel silenzio
ascolto il tempo che scorre,
gli odori, i sapori,
il tanto o il niente lontano dai passi:
un refolo di vento.
Amo il silenzio,
lo cerco e lui mi trova
memoria dell’Assoluto,
mistero della vita.

(Giovenale Nino Sassi)

mercoledì 1 maggio 2013

Dal Vangelo secondo Giovanni 15,1-8






Michelangelo
«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo.
Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.
Voi siete gia mondi, per la parola che vi ho annunziato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.
Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato.
In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.


Michelangelo - Madonna della scala