giovedì 16 settembre 2010

Federico Garcia Lorca - Il Silenzio

Colore testoAscolta, figlio, il silenzio.
E' un silenzio ondulato,
un silenzio,
dove scivolano valli ed echi
e che piega le fronti
al suolo.

mercoledì 15 settembre 2010

.... balliamo ?

Pagine D'Annunziane


Da: "Il Piacere"

"L' educazione d' Andrea era dunque, per così dire, viva, cioè fatta non tanto su i libri quanto in cospetto delle realtà umane. Lo spirito di lui non era soltanto corrotto dall' alta cultura ma anche dall' esperimento: e in lui la curiosità diveniva più acuta come più si allargava la conoscenza. Fin dal principio egli fu prodigo di sé; poiché la grande forza sensitiva, ond' egli era dotato, non si stancava mai di fornire tesori alle sue prodigalità. Ma l' espansione di quella sua forza era la distruzione in lui di un' altra forza, della FORZA MORALE, che il padre stesso non aveva ritegno a deprimere. Ed egli non si accorgeva che la sua vita era la riduzione progressiva delle sue facoltà, delle sue speranze, del suo piacere, quasi una progressiva rinunzia; e che il circolo gli si restringeva sempre più d' intorno, inesorabilmente sebbene con lentezza.
Il padre gli aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: "Bisogna FARE la propria vita, come si fa un' opera d' arte. Bisogna che la vita d' un uomo d' intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui."
Anche, il padre ammoniva: "Bisogna conservare ad ogni costo intera la libertà,
fin nell' ebbrezza. La regola dell' uomo d' intelletto, eccola: - HABERE, NON HABERI."
Anche, diceva: "Il rimpianto è il vano pascolo d' uno spirito disoccupato. Bisogna sopra tutto evitare il rimpianto occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove immaginazioni."
Ma queste massime VOLONTARIE, che per l' ambiguità loro potevano anche essere interpretate come alti criteri morali, cadevano appunto in una natura INVOLONTARIA, in un uomo, cioè, la cui potenza volitiva era debolissima.
Un altro seme paterno aveva perfidamente fruttificato nell' animo di Andrea: il seme del sofisma. "Il sofisma" diceva quell' incauto educatore "è in fondo ad ogni piacere e ad ogni dolore umano. Acuire e moltiplicare i sofismi equivale dunque ad acuire e moltiplicare il proprio piacere o il proprio dolore. Forse, la scienza della vita sta nell' oscurare la verità. La parola è una cosa profonda, in cui per l' uomo d' intelletto son nascoste inesauribili ricchezze. I Greci, artefici della parola, sono infatti i più squisiti goditori dell' antichità. I sofisti fioriscono in maggior numero al secolo di Pericle, al secolo gaudioso."


GABRIELE D' ANNUNZIO



...............................................Palazzo Farnese - Galleria Farracci
.
.
All’estetismo che è il tema di fondo del romanzo, si intreccia il motivo religioso secondo la tendenza di certi autori del Decadentismo europeo ( Wilde, Huysmans), portati a vivere anche il sentimento religioso come sensazione estetica, come esperienza di bellezza. Non manca la nota sensuale che in D’annunzio è strettamente congiunta a quella artistica…
Attraversando le pagine del romanzo, alla ricercatezza degli interni corrisponde la straordinarietà del paesaggio esterno, che assume , a sua volta, carattere prezioso.
Il romanzo , in altre pagine cioè non in quella scelta, racconta l’amore di Andrea per Roma … non la Roma dei Cesari ma la Roma dei Papi; non la Roma degli Archi, delle Terme, dei Fori, ma la Roma delle ville, delle Fontane, delle Chiese.
Commentando questa predilezione possiamo dire che in D’Annunzio vi è ‘’ un capovolgimento della romanità che aveva caratterizzato tanta cultura italiana ed aveva , ai tempi del Piacere, il suo vate nel Carducci. ( S. Guglielmino) La Roma prediletta di Sperelli è invece quella tardo rinascimentale e barocca, dalle cui ville e dalle cui piazze emana per lui il fascino di una civiltà nella cui raggiunta opulenza si sente già l’artificio, un sentore di disfacimento’’.

Arthur Rimbaud secondo ROBERTO MUSSAPI


UN GRIDO LEVATO VERSO IL CIELO

''Non esiste vera poesia che non parli dei suoi lettori, quali che siano, e non li costringa a prendere coscienza almeno di una parte di ciò che sono''. Partiamo bene: una definizione fulminante della poesia, di uno dei suoi maggiori rappresentanti contemporanei, Yves Bonnefoy. È vero, una vera poesia parla a me che la sto leggendo, certo, ma parla anche di me, proprio mentre la sto leggendo. Io sono un poeta, ma la stessa poesia parla anche al lettore che non è né scrittore né letterato, e scorrendo i suoi versi egli si accorge che il poeta sta parlando di lui. Ecco perché dopo la lettura di una grande poesia noi abbiamo la sensazione di sapere già quanto abbiamo letto, di averlo conosciuto un tempo, ma poi dimenticato. La poesia ridesta cose che sapevano di noi stessi, e che erano svanite misteriosamente, come miracolosamente riappaiono.

Queste parole leggiamo all’inizio del saggio in cui Yves Bonnefoy raccoglie e organizza una summa delle sue riflessioni e pubblicazioni su Arthur Rimbaud, il grande poeta francese divenuto simbolo della poesia stessa e della sua radicale potenza rivoluzionaria ('Rimbaud. Speranza e lucidità', uscito da Donzelli mentre Mondadori sta per dare alle stampe il Meridiano che raccoglie 'L’opera poetica' di Bonnefoy). L’esordio è straordinario: afferma che Rimbaud è stato causa della conoscenza di se stesso, come pochi altri poeti. Dante, Shakespeare, Yeats, splendono nella costellazione di Bonnefoy, ma il duo Baudelaire-Rimbaud ha un ruolo centrale, inevitabilmente: sono francesi, cioè maestri della lingua in cui egli scrive, e moderni, affacciati al mondo in cui Bonnefoy inizia la sua avventura poetica. Sono consanguinei per lingua, vicini per epoca, ma non tanto da essere avvolti nell’aura assoluta del classico. Ancora capaci di presenza vivente, non esclusivamente esemplare come saranno quelle di Leopardi e William Butler Yeats, per non parlare di Shakespeare. Rimbaud non è un poeta che splenda nella mia costellazione, a differenza di Coleridge, Keats, Foscolo, Rilke, del suo connazionale Baudelaire, di Eliot. Ho superato da lustri l’antipatia per la sua mitologia esistenziale: scappa di continuo del villaggio in cerca di avventure, fugge col poeta Verlaine scoprendo una natura omosessuale, si esalta per la rivoluzione e il progresso, termina precocemente la sua precocissima stagione poetica per scomparire in Africa con attività più confuse che misteriose. Il maledettismo di Rimbaud, divenuto mito per molti poeti suggestionabili, mi dava fastidio, come in pittura il pagliaccio con la lacrima. Ma, ripeto, da almeno trent’anni mi sono liberato da questo condizionamento. Le mie riserve su questo comunque grande e ineludibile poeta si basavano sulla sua empietà, sul rifiuto del divino identificato, a mio parere in modo adolescenziale, con la società borghese e l’Europa cristiana.

Sentivo più vivo, eroico, il cammino notturno di Baudelaire nella Parigi popolosa e sinistra, i lampi di luce e compassione, l’anelito, nel buio, alla bellezza. All’empietà di Rimbaud, il nulla metafisico in un cielo limpidissimo e su campi verdi di bellezza radiante, preferisco l’empietà di Yeats, la sua troposfera e i suoi laghi irlandesi popolati di divinità pagane o animistiche, impregnati di mistero. Ma il saggio di Bonnefoy, nella sua dimensione completa, costringe a moderare la mia posizione critica: in questa summa, più che nei saggi in essa contenuti e letti nel passato, emerge la potenza di un poeta che interroga il cielo, lo vede vuoto, e affida la speranza a un grido. Un verso. Una speranza cieca, un’affermazione di vita meravigliosa nel suo nichilismo.

Rimbaud non trova Dio ma non lo irride. Lo provoca, lo cerca, e non sentendone la risposta si butta nella piena bellezza del reale, nell’estasi delle cose, nell’unico caso di panismo moderno. Senza pace. Ma, come insegna il grande Bonnefoy, «non esiste forse mai pace in quell’impresa fondamentalmente duale che viene detta poesia
».

martedì 14 settembre 2010

William Shakespeare - Quando seguo l'ora


Quando seguo l'ora che batte il passar del tempo
e vedo il luminoso giorno spento nella tetra notte,
quando scorgo la viola ormai priva di vita
e riccioli neri striati di bianco,
quando vedo privi di foglie gli alberi maestosi
che un dì protessero il gregge dal caldo
e l'erbe d'estate imprigionate in covoni
portate su carri irte di bianchi ed ispidi rovi,
allor, pensando alla tua bellezza, dubbio m'assale
che anche tu te ne andrai tra i resti del tempo,
perché grazie e bellezze si staccan dalla vita
e muoiono al rifiorir di altre primavere:
e nulla potrà salvarsi dalla lama del Tempo
se non un figlio che lo sfidi quand'ei ti falcerà.

Bartolomé Esteban Murillo

lunedì 13 settembre 2010

Strade


Quella sera, mentalmente stanco piuttosto che rientrare a casa, a Luino, presi la via delle montagne.
Prima a Sessa, sul confine Svizzero poi verso Lavena Ponte Tresa, poi non so…verso Marchirolo, credo, non ricordo bene.
Ricordo le salite, le curve e le discese tanto simili alla vita che avevo avuto. Guidare la macchina riusciva a distendermi, a riposare la mente, a vincere lo stress accumulato dopo un giorno di lavoro.
Accadeva sempre di venerdì. Girovagavo lungo la frontiera prima di rientrare a casa o partire. Certe volte decidevo per Zurigo, altre per Lugano o Locarno.

D’inverno, dopo le salite e le discese rientravo a casa. Amavo la frontiera, quel luogo messo tra laghi e monti a cavallo tra due patrie, una, quella del lavoro, l’altra, quella della casa e dei diritti civili.
“Sposati !” mi aveva detto Bice, l’anziana professoressa di lettere e filosofia conosciuta a Zurigo “ non lasciarti scappare l’A..… ”.
Una sera invitai A...… in un bar ristorante di piazza Indipendenza, a Lugano. Arrivai in anticipo.
Seduta ad un tavolo una giovane donna. Era di Barcellona e sorrideva. Era bella e sapeva di esserlo …e sorrideva.
La vita è fatta di salite e discese, di quadrivi che interrogano. Ti fermi per decidere e spesso sbagli strada .

domenica 12 settembre 2010

Sogno di una notte di mezza estate” – W. Shakespeare - Atto V - Scena I - Conclusione


Se l'ombre nostre v'han dato offesa,
Voi fate conto v'abbian colto
Queste visioni così a sorpresa,
Mentr'erravate in preda al sonno;
In lieve sonno sopiti, ed era
Ogni visione vaga chimera.
.
Non ci dovete rimproverare
Se vana e sciocca sembrò la storia;
Ne andrà dissolta ogni memoria,
Come di nebbia se il sole appare;
Se ci accordate vostra clemenza,
Gentile pubblico, faremo ammenda.


E com'è vero ch'io son folletto
Onesto e semplice,
sincero e schietto,
Se pure ho colpe, non mai ho avuta
Lingua di serpe falsa e forcuta;
Pago l'ammenda senza ritardo,
O mi direte che son bugiardo.

Ora vi auguro sogni felici,
Se sia ben vero che siamo amici,
E ad applauso tutti vi esorto,
Poiché ho promesso che ad ogni torto
A voi causato per inesperienza,
Gentile pubblico, faremo ammenda."
“Sogno di una notte di mezza estate” – W. Shakespeare
monologo del folletto Puck.

William Shakespeare - Sonetto 54



Oh, di quanto più bella sembra
dal soave ornamento che la virtù le dona;
bella la rosa appare, ma più bella si tiene
per quel dolce profumo che a lei dentro vive;
rose canine han fiamma tanto intensa
quanto la profumata tinta delle rose,
stanno su eguali spine, sì gaiamente giocano
quando alito d'estate schiude quei bocci ascosi:
ma poi che il lor pregio sta solo in apparire
non corteggiate vivono, e trascurate avvizzano,
muoiono per sé sole. Non così soavi rose,
di lor morte soave, profumi soavissimi son tratti:
in tal modo di te, bello adorabil giovane,
come quella svanisca, distilla il mio verso la virtù.

Sarebbe bello averti vicina
adesso che tramonta il giorno

Questa stanza da pittore
troverebbe luce e spazio
e
.... arriverebbe
...........silenziosa la sera
a sussurrare parole d’amore.

Che ne so perché
di quest’ansia strana
che sale e stringe il petto,
perché non dormo.

Che fai …
.....dove stai…
............con chi sei …

E’ triste star soli
adesso che tramonta il giorno


(Giovenale Nino Sassi)

Sonetto 22 di William Shakespeare


Non mi convincerà lo specchio ch'io sia vecchio,
fin quando tu e giovinezza avrete gli stessi anni;
ma quando vedrò il tuo volto solcato dalle rughe,
allora m'aspetto che morte termini i miei giorni.
Infatti, tutto il decoro di tua bellezza
non è che luminosa veste del mio cuor
che vive nel tuo petto, come il tuo nel mio:
e allora come potrei essere di te più vecchio?
Perciò, amore mio, abbia di te gran cura,
come anch'io farò, non per me, ma per tuo bene,
costudendo il tuo cuore teneramente,
come nutrice col suo bimbo, che non gli incolga male.
Non contare sul tuo cuore quando il mio sia spento;
tu me lo donasti non per averlo indietro.

sabato 11 settembre 2010

Le sedie dormono in piedi - Nazim Hikmet, Mosca, 1961


Le sedie dormono in piedi
anche il tavolo
il tappeto sdraiato sul dorso
ha chiuso gli arabeschi
lo specchio dorme
gli occhi delle finestre sono chiusi
il balcone dorme
con le gambe penzolanti nel vuoto
i camini sul tetto dirimpetto dormono
sui marciapiedi dormono le acacie
la nuvola dorme
stringendosi al petto una stella
in casa fuori di casa dorme la luce

ma tu ti sei svegliata
mia rosa
le sedie si sono svegliate
si precipitano da un angolo all’altro anche il tavolo
il tappeto si è messo a sedere
gli arabeschi hanno aperto i petali
lo specchio si è risvegliato come un lago all’aurora
le finestre hanno spalancato
immensi occhi azzurri
il balcone si è risvegliato
ha tirato su dal vuoto le gambe

i camini dirimpetto si sono messi a fumare
le acacie han cominciato a chiacchierare
sui marciapiedi
la nuvola si è svegliata
ha lanciato la sua stella nella nostra stanza
in casa fuori di casa la luce si è risvegliata
si è versata sui tuoi capelli
è colata tra le tue palme
ha cinto la tua vita nuda i tuoi piedi bianchi”.

venerdì 10 settembre 2010

Vladimir Majakovskij - Notte di Luna


A Sud e ad Ovest piove ma qui, in questa terra antica, un cucchiaio argentato ruba alle nubi la notte, illumina i boschi e i tetti delle case che, veloci, scendono a valle.


Notte di Luna

Verrà la luna
è già apparsa
un po'!
Ma eccola sospesa
piena nell'aria
Deve essere Dio
che con un meraviglioso
cucchiaio d'argento
Rimesta la zuppa di pesce stellare

mercoledì 8 settembre 2010

Amai di Umberto Saba


Giovanni Fattori


Amai trite parole che non uno
osava. M'incantò la rima fiore
amore,
la più antica difficile del mondo.

Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l'abbandona.

Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.


***


Nel corso della sua vita, Saba, a lungo incompreso dalla critica, si trovò a dover difendere la propria opera, a riflettere su di essa e a formulare enunciazioni di poetica.

Una di tali enunciazioni si può leggere nella poesia ''Amai'', tratta dalla selezione Mediterranee (1946).

Il poeta afferma di aver amato sempre un linguaggio semplice, fatto di parole e di rime che i poeti non usano più, l'unico linguaggio, tuttavia, che gli sembra capace di comunicare la verità dolorosa che è nel fondo del suo cuore.




Alda Merini - Io non ho bisogno di denaro


Io non ho bisogno di denaro.

Ho bisogno di sentimenti,di parole,
di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all'orecchio degli amanti....
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.


Come Alda Merini non ho bisogno di denaro, di posizioni di potere… e così via ma di amore, amore vero…di dolcezza, vicinanza, di alberi ombrosi lungo i viali della vita e canzoni ‘’raccontate’’ come favole nelle fredde sere d’inverno.

lunedì 6 settembre 2010

Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?... Questioni di ieri e di oggi


Cicerone, Orazione I contro Catilina….

Fino a quando, Catilina, continuerai ad abusare della nostra pazienza?
Per quanto tempo ancora il tuo folle comportamento si farà beffe di noi?
Fino a che punto si scatenerà questa tua temerità che non conosce freno?

Non ti fanno nessuna impressione ne il reparto armato che di notte presidia il Palatino, né le pattuglie che svolgono servizio di ronda in città, né l'ansiosa preoccupazione del popolo, né il concorde accorrere di tutti i buoni cittadini, né questa sede così ben fortificata per la seduta del senato, ne l'espressione del volto dei presenti?
Non t'accorgi che le tue trame sono palesi?
Non vedi che la tua congiura, conosciuta com'è da tutti i presenti, è ormai tenuta strettamente sotto controllo?
Chi di noi, a tuo avviso, ignora cos'hai fatto la notte scorsa e quella precedente, dove sei stato, chi hai convocato, che decisione hai presa?


[ .... .... .... ] ….. tu sei stato capace non solo di non tenere in nessun conto ne leggi ne giustizia, ma pure di sovvertirle e distruggerle. Ora, i tuoi misfatti precedenti, per quanto assolutamente insopportabili, pure li ho sopportati così come ho potuto; ma che adesso io debba vivere ….. nel terrore solo per causa tua, che ad ogni stormir di foglia si debba temer Catilina, che evidentemente non sia possibile ordire nessuna trama ai miei danni che sia indipendente dalla tua delittuosa attività, questo è assolutamente insopportabile.

Vattene dunque e liberami da questo timore: per non soccombere, se è fondato; per cessare una buona volta per tutte di temere, se è privo di qualunque fondamento.

domenica 5 settembre 2010

Heinrich Böll, Opinioni di un clown

Nella Germania del neocapitalismo rampante, il giovane borghese Hans Schnier decide di fare il clown di professione, per assicurarsi una sorta di zona di sicurezza ideologica, compromessa il meno possibile con poteri forti e piccoli che paiono ormai non avere più limiti. E' una scelta difficile e rischiosa, che gli fa perdere l'amatissima compagna Maria, troppo "regolare" e timorata per stargli accanto, e che lo riduce infine in una sorta di sottosuolo spirituale, da lui praticato nella disperazione immedicabile di una solitudine assoluta. Scritto nel 1963, Opinioni di un clown è forse il romanzo più cupo e più "impegnato" che Heinrich Böll abbia mai scritto. La disumanità di una popolazione che nella rincorsa affannosa del profitto ha trovato il miglior narcotico per tacitare i forti, quasi insostenibili, sensi di colpa che la storia recente avrebbe dovuto ispirarle, risalta, a fronte del miserando destino di Hans, in tutto il suo terribile rilievo. Nella società tedesca dei primi anni Sessanta non c'è rimorso perché non c'è memoria, né cultura. E lo stile asciutto di Böll, del tutto privo del benché minimo compiacimento lirico o effusivo, ci colpisce col ritmo martellante di un atto d'accusa inappellabile, dal quale non possiamo non sentirci toccati un po' tutti: all'Orrore della prima metà del secolo, sembra dire lo scrittore, subentra nella seconda l'Indifferenza, altrettanto ottusa, altrettanto micidiale; e il povero clown inutilmente ribelle può ben assurgere a rappresentante di una serie infinita - e sommersa - di vittime innocenti.




(Fonte: Repubblica)

venerdì 3 settembre 2010

Il "Notturno" di Alcmane

Dormono le cime dei monti e le gole
e le balze e le forre
e la selva e gli animali che nutre la terra scura
e le fiere montane e la stirpe delle api
e gli animali negli abissi del mare cangiante:
dormono le specie degli uccelli dalle ali distese.



εὕδουσι δʼ ὀρέων κορυφαί τε καὶ φάραγγες
πρώονές τε καὶ χαράδραι
φῦλά τʼ ἑρπέτ' ὅσα τρέφει μέλαινα γαῖα
θῆρές τʼ ὀρεσκώιοι καὶ γένος μελισσᾶν
καὶ κνώδαλʼ ἐν βένθεσσι πορφυρέας ἁλός·
εὕδουσι δʼ οἰωνῶν φῦλα τανυπτερύγων.

domenica 29 agosto 2010

I POETI LAVORANO DI NOTTE di Alda Merini


I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.

I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.

mercoledì 25 agosto 2010

Thomas Stearns Eliot (1915) - "Rapsodia su una notte di vento"


Mezzanotte.

Per tutti i rettilinei delle strade
Serrate in una sintesi lunare,
Incanti lunari che bisbigliano
Dissolvono i piani della memoria
E tutte le sue chiare relazioni,
Le sue divisioni e precisioni
Ogni lampione che oltrepasso
Batte come un tamburo fatale,
E attraverso gli spazi del buio
La mezzanotte scuote la memoria come
Un pazzo scuote un geranio appassito.

L'una e mezzo

Il lampione sfrigolava,
Il lampione borbottava,
Il lampione diceva "Guarda quella donna
che esita verso di te nella luce della porta
Che s'apre su di lei come un sogghigno.
Vedi l'orlo della sua veste com'è strappato e sporco di sabbia,
E vedi l'angolo del suo occhio
Come si torce come uno spillo ricurvo
"

La memoria rigetta e dissecca
Un ammasso di cose distorte;
Un ramo curvo sotto la pioggia
Tutto consunto e polito
Come se il mondo portasse in superficie
Il segreto del tuo scheletro,
Rigido e bianco.
Una molla rotta nel cortile di una fabbrica,
Ruggine che s'afferra alla forma che la potenza ha lasciato
Dure e arricciata, e pronta a spezzarsi.


Le due e mezzo,

il lampione disse:
"Osserva il gatto che si stira nello scolo,
che cava la lingua
e divora un boccone di burro rancido".
Così la mano del bambino, automatica,
scivolò fuori e mise in tasca un giocattolo che correva lungo il molo.
Non potei veder nulla oltre l'occhio del bambino.
Ho visto occhi nella strada
che tentavano di spiare attraverso le imposte illuminate,
e un pomeriggio un granchio in uno stagno,
un vecchio granchio pieno di parassiti sulla schiena,
che s'aggrappava alla punta dello stecco che gli tendevo.


Le tre e mezzo,

il lampione sfrigolava,
il lampione borbottava nel buio.
Il lampione ronzava:
"Guarda la luna,la Lune ne garde aucune rancune,
strizza il suo occhio languido,
sorride agli angoli,
liscia la chioma dell'erba.
La luna ha perduto la memoria.
Un vaiolo slavato le screpola la faccia,
attorce con la mano una rosa di carta,
che profuma di polvere e d'eau de Cologne,

è sola,con tutti gli antichi profumi notturni
che le incrociano e incrociano dentro il cervello.

"Viene reminescenza
di aridi gerani senza sole
e polvere nelle crepe,
profumi di castagne nelle strade,
e odori di donna nelle stanze chiuse,
e di sigarette nei corridoie di cocktail nei bar.
Il lampione disse,


"Le quattro,

Ecco il numero sulla porta.
Memoria!
Hai la chiave,
La piccola lampada getta un cerchio di luce sulla scala.
Sali.
Il letto è pronto; lo spazzolino è appeso al muro,
Posa le scarpe davanti alla porta, dormi, preparati alla vita.
"L'ultimo rigirarsi del coltello.

domenica 22 agosto 2010

James Augustine Aloysius Joyce - da Dedalus a Ulisse (I)


Di Dedalus Joyce diceva: «E´ stato il libro della mia giovinezza». Lo "superò" con l´Ulisse, il romanzo della maturità. Ma in realtà, in Ulisse Dedalus torna come co-protagonista, insieme a Bloom, di quell´epopea quotidiana, che vede in un giorno qualunque a Dublino l´incontro tra l´uomo medio Leopold Bloom, nel quale si reincarna l´Ulisse omerico, e l´intellettuale, controfigura dell´artista Stephen Dedalus, in cui si manifesta Telemaco.
Ma si badi bene: Stephen Dedalus è nato prima; il figlio Telemaco è nato prima del padre Ulisse. A ben pensarci, non è sempre così? il figlio non nasce sempre prima del padre?

Il figlio è una figura reale e simbolica che ossessiona Joyce - come tanta parte della letteratura europea del suo secolo. Basta pensare a Musil, a Freud, a Kafka. Insieme al relativo problema dell´iniziazione alla vita. Anche in questo senso Dedalus è, e non può non essere prima di Ulisse. Attraverso Dedalus Joyce descrive la posizione filiale come «un´età del tormento, quando non si vede niente con chiarezza». Del resto, così era stata la giovinezza di Stephen e di Joyce: «violenta e dolorosa». Insoddisfazione, inquietudine, smarrimento sono i toni profondi del romanzo. Come nella prima versione, Stefano è a tutti gli effetti l´eroe di cui si raccontano le gesta. Atti, a dire il vero, niente affatto eroici, che hanno però come sfondo emotivo una densa, intensa, carica eroica; com´è tipico dell´adolescenza e della giovinezza, l´esperienza più banale si carica di significati portentosi, come se a ogni istante si dovesse scegliere se vivere o morire.

Fa parte di questa intensità emotiva la simbolicità del nome e cognome dell´eroe. Il cognome nella seconda versione cambia leggermente, da Daedalus in Dedalus, come se Joyce volesse spegnere una certa eccessiva ricercatezza. Rimane tuttavia un nome (e cognome) fin troppo appariscente e vistoso per un irlandese, che spande intorno al personaggio un´aura preziosa, ricercata; una magia che, se nei primi capitoli è tenuta a bada, negli ultimi si libera creando un´area in più di espressività. Come se giocando con la propria stranezza il nome si presentasse col pieno potere della sua valenza profetica. In un certo senso, Stephen matura staccandosi dalla sua famiglia reale irlandese di Dublino e assumendo la parentela con il suo eponimo greco. Stephen matura, cioè, diventando archetipico, mitico, riconoscendo il proprio posto tra gli intraprendenti artefici dello spirito.

E´ un procedimento di acquisizione del proprio sé - movimento proprio del romanzo di formazione - che si sviluppa, però, attraverso un modo poetico, più che romanzesco. Con tonalità rituali, magiche, più che realistiche.

Il modo in cui Stephen si riconosce come protagonista della propria esistenza è alla Pound, alla Yeats: il concetto di maschera è centrale. L´eroe sceglie per sé una maschera, se la mette ed ecco che da essa deriva una forza che non possedeva prima.

Stephen può scegliere tra due maschere - quella apostolica, cattolica e romana del reverendo Stephen Dedalus, mentre l´altra è greca. Stephen sceglierà la maschera greca, e nei capitoli finali, in coincidenza con la fase conclusiva della pubertà, il processo mitopoietico si compirà con l´invocazione al padre Dedalo: «vecchio genitore, vecchio artefice». Avendo trovato il proprio padre simbolico, "benvenuta", a questo punto, è per il giovane Stephen "la vita!" Accettare il nome proprio significa per Stephen accettare la missione che comporta. Il Nome è sempre del Padre, e in quanto sigillo dell´unione col Padre suo simbolico lo celebra alla fine Stephen. Chiede al vecchio genitore e artefice Dedalus: «Fammi ora e sempre buona guardia». Chiede al padre suo simbolico di essere il suo angelo custode e dargli le ali. Con le quali fuggirà dal labirinto.

Ma l´allusione tutta librata sulla libertà del volo ha un´indimenticabile, anche se qui temporaneamente soppressa, eco sinistra. Tutti ricordiamo la vicenda di Dedalo. E se Ovidio è cortese con lui, e lo tratta con rispetto, vi sono altri, come nel caso di Bacone, che lo criticano in quanto architetto e scienziato. E in effetti, a ben pensarci, se Dedalo dette le ali a Icaro, i risultati non furono dei migliori. E se è vero che l´invenzione delle ali è magnifica e quella del labirinto straordinaria, che dire della pseudo-vacca che inventò perché Pasifae potesse copulare col suo toro? Tale ridicola macchina non viene menzionata nel Dedalus; ma Stephen se ne ricorderà nell´ Ulisse, parlando di un´altra invenzione antica, del cavallo di Troia. Un´altra storia che getta ombra sulla figura di Dedalo è quella del nipote che Dedalo fece fuori - dicono - per pura invidia e gelosia.

Il padre, anche quello simbolico, non vorrà sempre la distruzione del figlio? Sarà per questo che il mistero della paternità è tra i più dolorosi, e affligge la Kakania, come Praga, come Dublino?


(Fonte:NADIA FUSINI . Repubblica.it)

Edmond Haracourt - Partire è un po' morire


Partire è un po' morire
rispetto a ciò che si ama
poiché lasciamo un po' di noi stessi
in ogni luogo ad ogni istante.
E' un dolore sottile e definitivo
come l'ultimo verso di un poema...
Partire è un po' morire
rispetto a ciò che si ama.
Si parte come per gioco
prima del viaggio estremo
e in ogni addio seminiamo
un po' della nostra anima.

sabato 21 agosto 2010

José Saramago - Silenzi


Oggi non era giorno di parole,
con mire di poesie o di discorsi,
né c’era strada che fosse nostra.
A definirci bastava solo un atto,
e visto che a parole non mi salvo,
parla per me, silenzio, ch’io non posso.
Salmi 85(84),9-10.11-12.13-14.

Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: 

egli annunzia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con tutto il cuore.
La sua salvezza è vicina a chi lo teme e la sua gloria abiterà la nostra terra.
Misericordia e verità s'incontreranno, giustizia e pace si baceranno.
La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo.
Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto.
Davanti a lui camminerà la giustizia e sulla via dei suoi passi la salvezza.

Edith Södergran - Notturno


Ho intonato un canto.
Venuto non so da dove –
è scivolato come seta sulle mie corde.
Che sia dovuto agli sciolti capelli neri della notte?
O forse ai bianchi tratti sognanti della luna?
E la notte cantava, cantava
della solitudine che cullando a tutto dà pace,
cantava delle sognanti naiadi,
dei ruscelli senza brusio, del segreto della gora...
La notte aveva il fiato sospeso –
una rosa mi si è avvizzita tra le mani –
e tale la quiete come fosse svanito l'ultimo sospiro
del tutto.




Edith Irene Södergran (San Pietroburgo, 4 aprile 1892 - Raivola, 24 giugno 1923) è stata una poetessa finlandese di lingua svedese. Iniziatrice dell’espressionismo in Finlandia, ha influenzato la lirica in lingua svedese fra le due guerre mondiali.
Debuttò nel 1916 con la raccolta Poesie, in versi liberi, alla quale seguirono Lira di settembre del 1918, L’altare delle rose del 1919, L’ombra del futuro del 1920 e Il paese che non esiste del 1925.
Tramite l’uso di vari mezzi stilistici, cantava la bellezza e la ricchezza della vita, e alternava visioni di beatitudine ultraterrena a momenti di malinconica rassegnazione, in un personale mondo di immagini.

venerdì 20 agosto 2010

La bellezza salverà il mondo - Intervista a Roger Scruton, filosofo inglese


Se la bellezza salverà il mondo, la cultura potrebbe redimerlo. Ma oggi il sapere è minacciato dai «nuovi media» che minacciano il pensiero autentico. È quanto sostiene Roger Scruton, filosofo inglese e docente all’Institute for the Psychological Sciences di Washington e Oxford,
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Nel suo libro «La cultura conta» ( Vita e Pensiero), lei afferma che se manca la dimensione etica dell’uomo, anche la sua capacità decade. Vale anche per l’arte l’assioma morale di Dostoevskij: ‘Se Dio non esiste, tutto è possibile’?
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«Molte persone che possiedono un sentire morale non credono in Dio, e sospetto che pochi umanisti sarebbero d’accordo con Dostoevskij. Penso che la vita morale punti verso Dio, anche se essa può esser praticata da persone che non Lo trovano o non Lo cercano. In modo simile, l’esperienza estetica e il sentimento della bellezza puntano verso Dio mostrando che questo mondo è intrinsecamente pieno di significato, come se fosse illuminato da una fonte trascendentale. La bellezza sta a fianco del sacro come una finestra su tale sorgente. Un tempo l’arte era fondata sulla religione e al suo sommo grado essa è spesso stata creata a servizio della religione. Anche l’arte che non cita Dio può avere una forza religiosa, come il Tristano e Isotta di Wagner. Questo avviene perché la bellezza ci apre al pensiero che la nostra esistenza non viene solo consumata, bensì è redenta».
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Nello stesso libro lei afferma che la cultura è generata da una religione. Oggi, lei denuncia, la cultura occidentale si qualifica in senso negativo e non più propositivo: ad esempio come strutturalismo, post¬modernismo… Perché questa visione ‘negativa’ della cultura?
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«Dietro ogni cultura vi è una tradizione religiosa che la nutre. E se questa si indebolisce, la cultura rimane senza nutrimento spirituale e decade. Lo abbiamo visto nella spiritosa satira dell’arte che si trova alla Biennale di Venezia o alla Tate Gallery a Londra. Senza radici spirituali l’arte diventa un fantasma, piena di livore e derisione ma senza il dono della bellezza. Un artista può perseguire il bello solo se guarda alla realtà come un dono che va accolto con gratitudine e se compie la sua opera come espressione di gratitudine. L’arte deve essere seria, riconoscendo che gli esseri umani non sono semplicemente macchine di piacere ma creature con un destino spirituale. Non tutti gli artisti hanno rotto con tale eredità. Nella musica vedo molti compositori che lottano per mantenere viva questa eredità. Ma vi sono giovani musicisti che hanno perso ogni fiducia nel trascendente, e quindi vengono attratti dai metodi del ‘criticismo’, quel post-strutturalismo e post¬modernismo che lei citava, i quali rimuovono tutte le tracce di significato. Nella nostra cultura è all’opera un nichilismo attivo che proviene dalla delusa amarezza di quelle persone che non riescono a trovare la fede».
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In che modo il Dio cristiano a che fare con la bellezza? «L’arte è un omaggio alla forza creativa che guida l’universo, un tentativo di incorporare, dentro confini umani, l’esperienza di un mondo che è al contempo creato e offerto. Una volta l’arte aveva un posto indiscutibile nel culto religioso, non solo in quello pagano ma anche nelle chiese cristiane. L’islam ha allontanato l’arte figurativa dalla moschea, ma non ha espulso la bellezza. Ha cercato di abbellire il luogo di culto in un modo che potesse essere un tributo degno di quel Dio che lì veniva adorato. Quest’abitudine di offrire in un luogo di culto ciò che è più bello vien testimoniato in tutto il mondo, nel giudaismo, nell’induismo e nel buddismo, nella semplice moschea del deserto o nei gloriosi santuari dei santi cristiani. L’oggetto meraviglioso è al di fuori dell’ordinario corso degli eventi umani. Esso richiede riverenza, rispetto e anche coscienza di chi andiamo ad incontrare. Mi sembra, comunque, che la bellezza punti verso il Dio del cristianesimo piuttosto che gli dei dell’antichità o Allah. Questo, perchè il Dio cristiano è un Dio incarnato, che condivide la nostra situazione ed è presente nelle nostre vite. Egli può essere rappresentato nell’arte e la nostra tradizione di pittura e scultura ci ha condotto ad un’intima relazione con Lui. Egli si è dispiegato anche nella musica e nei lavori dei poeti. E non si può conoscere la grande tradizione dell’arte e della musica europea senza capire che qui vi è qualcosa di molto più grande che è stato raggiunto rispetto a qualsiasi altra civiltà. Certo, questo non è politicamente corretto da dire. Ma è vero».
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In Italia vi è sempre più attenzione all’’emergenza educativa’, una questione che ha a che fare con la trasmissione della cultura. Se dovesse scegliere una priorità su questo, cosa indicherebbe? «Tale emergenza non è solo italiana, esiste dovunque in Europa e, sebbene il declino della religione cristiana sia parte del problema, non riguarda solo il cristianesimo. La medesima emergenza colpisce i figli dei musulmani e i genitori ebrei. Tutti sono colpiti dall’influenza dei nuovi media che riescono a distruggere la conoscenza in maniera immediata. La tv, i videogiochi, i cellulari e gli i-pod bombardano i sensi dei giovani con immagini che distraggono, suoni violenti e che sostituiscono il pensiero. In molti casi è impossibile penetrare la barriera di nonsense con cui i giovani circondano se stessi. Assistiamo all’emergere di un nuovo tipo umano che possiede tutto ma ha perso l’uso del linguaggio e la capacità di offrirsi nell’amore e nell’amicizia. La Chiesa ha un ruolo nell’avvertire le persone sui danni cerebrali e spirituali che derivano da queste forme di comunicazione».
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Fonte : Lorenzo Fazzini – Avvenire, 8 dicembre 2009

giovedì 19 agosto 2010

Preghiera del cardinale John Henry Newman


Guidami, dolce luce, nelle tenebre che mi sommergono, guidami verso l'alto.
La notte è fonda e sono lontano da casa: guidami verso l'alto! Dirigi i miei passi, perchè non vedo nulla; fà che veda a ogni mio passo.
Un tempo non ti avrei pregato per farlo. Da solo volevo scegliere il cammino, credendo di poterlo determinare con la mia luce, malgrado il precipizio. Con fierezza elaboravo i miei obiettivi. Ma ora dimentichiamo tutto ciò.
Tu mi proteggi da tanto tempo e accetterai di guidarmi ancora: oltre le paludi, i fiumi e gli scogli che mi attendono al varco, fino alla fine della notte, fino all'aurora in cui gli angeli mi faranno segno. Ah! Io li amo da molto tempo, solo per un pò li avevo dimenticati.

mercoledì 18 agosto 2010

CESARE PAVESE - Notturno


La collina è notturna, nel cielo chiaro.
Vi s’inquadra il tuo capo, che muove appena
e accompagna quel cielo. Sei come una nube
intravista fra i rami. Ti ride negli occhi
la stranezza di un cielo che non è il tuo.

La collina di terra e di foglie chiude
con la massa nera il tuo vivo guardare,
la tua bocca ha la piega di un dolce incavo
tra le coste lontane. Sembri giocare
alla grande collina e al chiarore del cielo:
per piacermi ripeti lo sfondo antico
e lo rendi più puro.

Ma vivi altrove.
Il tuo tenero sangue si è fatto altrove.
Le parole che dici non hanno riscontro
con la scabra tristezza di questo cielo.
Tu non sei che una nube dolcissima, bianca
impigliata una notte fra i rami antichi.

martedì 17 agosto 2010

Il sillabario di Platone B. Bellezza …. intervista a Remo Bodei


Bello, kalos, suggerisce Socrate nel Cratilo, deriva forse da kalein, chiamare, invocare a sé, attrarre oltre i confini di una dimensione che si tratta di superare: bello è ciò che chiama a valicare un limite entro il quale l’esistenza sembra priva di qualcosa d’essenziale, incompleta. Hannah Arendt, dal canto suo, scrive in Vita Activa che nella Grecia classica i poeti e i creatori di bellezza, come tutti i demiurgoi, agiscono nell’orizzonte di libertà che si apre oltre i confini dell’oikos, oltre le mura di casa entro cui si provvede solo al necessario, alle condizioni materiali del vivere. Ciò che i poeti creano, la bellezza dunque, non ha a che fare col necessario ma con quella peculiare libertà “greca” che si staglia oltre i bisogni, oltre il mero vivere: una libertà che non è fuga da ogni impegno, misura, limite o condizionamento, ma al contrario è la libertà che, oltre il recinto domestico del necessario, conduce al centro della polis, all’agora, allo spazio politico in cui la natura umana può trovare completa espressione. Una libertà che dunque non esclude il necessario ma lo abbraccia in sé, lo include come sua condizione interna, come sua concausa, allo stesso modo che la vita in sé e per sé, la vita biologica, non vale per se stessa ma solo come condizione necessaria (e non sufficiente) del viver bene.



Bellezza, nella Grecia classica, è parola inscindibile da quell’idea di armonia, di proporzione delle parti, di misura da cui scaturiscono anche la giustizia, il valore, la sapienza: kalokagathos è la celebre crasi che unisce il bello e il buono, il buono a-, “colui che è atto” non a qualche particolare azione ma aplos, buono “semplicemente”, in quanto tale, in generale: buono a- tutto è colui che in ogni cosa riafferma la sua misura. Si parla qui dunque, in primo luogo, di bellezza di un uomo, dell’uomo bello, e di bontà dell’uomo che è “atto” alla vita, che vive fino in fondo ciò che è. Ciò non esclude che si possa parlare anche di una bellezza sensibile delle forme, della scultura, dell’architettura, o della parola del poeta: la bellezza sensibile è anzi ricercata e acclamata come perfetta armonia, corrispondenza delle parti. Ma tale riconoscimento non ci rinvia ad una settoriale bellezza sensibile dell’arte separata della vita: è la crasi del kalokaagthos ad impedircelo, è la Grecia tutta a negare la separabilità del bello dalla vita nel suo insieme, dalle azioni del quotidiano, dalla polis.





Platone non si discosta da questa visione greca della bellezza, ma approfondisce la nozione complessa di quel bello come armonia che, se frainteso con occhi moderni, rischia d’essere liquidato come canone astratto, rigido parametro oggettivo, matematica esattezza che risplende nella calcolabile armonia delle parti. Non è freddo calcolo l’armonia geometrica a cui egli pensa. Bellezza è in primo luogo seduzione: è seduzione dei corpi, come quella che colpisce Socrate travolto dall’avvenenza del giovane Carmide, ed è seduzione della mente, come la “lusinga” di cui sono maestri i sofisti, che al loro pubblico forniscono facili ed allettanti persuasioni retoriche che tutti seducono allo stesso modo, omologandoli, proprio come un cuoco che offre dolciumi ad una platea di bambini. Questo tipo di seduzione, la seduzione di certa poesia, è per Socrate senz’altro da bandire: di falsa bellezza si tratta, come lascia intendere la sua celebre condanna delle arti imitative che valse per secoli a Platone l’epiteto di “nemico dell’arte”.
Vi è tuttavia anche un’altra poesia, magistrale esempio di creazione di bellezza, per la quale Socrate riserva ben altre parole. Decisivo è qui il ruolo dell’ispirazione, dell’entusiasmo, della possessione, della theia mania. “Colui che giunge alle porte della poesia senza la mania delle Muse, – dice nello Ione – pensando che potrà essere valido poeta in conseguenza dell’arte, rimarrà incompleto, e la poesia di chi rimane in senno verrà oscurata da coloro che sono posseduti da mania”. L’ispirazione divina conferisce bellezza e forza alla poesia, così come all’arte del rapsodo e attore che, “dall’alto del suo palco”, recita i versi dei poeti. Discutendo con il rapsodo Ione intorno alla ragione per la quale egli si mostra in grado di recitare con grande maestria e forza di persuasione solamente i versi di Omero, afferma Socrate che “tu non sai parlare di Omero per arte e per scienza, perché, se lo sapessi fare per arte, sapresti parlare anche di tutti gli altri poeti”. Come il poeta può comporre solo se si trova in quello stato di furore che lo rende “interprete degli dei”, e non autore egli stesso dei propri poemi, così Ione, quando si trova a commentare un verso di Omero, o a recitarlo nei teatri, agisce in stato di mania, fuori di senno. Un’enigmatica affinità lega Ione ai versi di Omero, tale da consentirgli di commentarli e recitarli in modo efficace e persuasivo, mentre altrettanto non gli riesce con i versi di altri poeti: è infatti la sorte divina a governare le sue parole.










Ciò differenzia l’arte di Ione da tutte le scienze che hanno invece conoscenza specifica del proprio oggetto. L’arte e la poesia divinamente ispirate, dunque, per quanto belle non sembrano avere a che fare con la conoscenza degli esperti nelle varie scienze, che a tutti e in ogni situazione sanno parlare del proprio oggetto di studi. Dunque sembra difficile che una simile bellezza senza scienza possa aiutare a formare uomini sapienti e a costruire una vera polis. Ma forse le cose non stanno proprio così: in primo luogo dobbiamo ricordare che la conoscenza scientifica, oggettiva, quella che si rivolge indistintamente a tutti e non è influenzata da ispirazioni divine di alcun tipo, è definita da Socrate nel Gorgia come “irrazionale” perché non si occupa dell’unicità delle persone a cui si rivolge. In secondo luogo, nel Teagete Socrate sostiene che anche l’arte del dialogare, proprio come la poesia ispirata, è governata dall’imprevedibile intervento del demone che indica chi non può trarre giovamento dalle sue parole. Come Ione è legato da un vincolo inspiegabile ad Omero, così anche la divina sofia è caratterizzata da un’enigmatica affinità “senza perché” che unisce i dialoganti e rende efficaci, “vere” in quanto indirizzate al fine del dialogo, le parole di Socrate.

Alla luce di queste considerazioni, dunque, possiamo ipotizzare che l’arte divinamente ispirata e la sua bellezza non siano così inutili e lontane da quella conoscenza di sé che è per Socrate l’unica cosa che conta davvero. Il suo esser posseduta dal divino la distanzia dalle scienze oggettive ma la rende anzi affine alla conoscenza di sé, cioè all’unica vera razionalità. Non per tutti è il parlare di Socrate, non di tutto parla Ione, ma solo dei versi di Omero: il suo non parlar di tutto, che lo differenzia dagli scienziati, è l’immagine, sul piano monologico in cui si sviluppa il parlare di Ione, della demonicità del dialogo. La bella recitazione dell’attore divinamente ispirato che colpisce il proprio pubblico, è un monologo che rinvia oltre se stesso, oltre la propria strutturale monologicità verso il piano divino del dialogo; in questo rinvio, che si esprime proprio nell’invasamento o ispirazione, sta la sua divinità, l’annuncio del dio di cui il poeta e l’attore si fanno “interpreti”.
Il bello, la percezione e la fruizione che di esso offre la parola del poeta posseduto dal dio, così come il gesto dell’attore in quanto “interpretazione”, icona mobile di un’invisibile origine divina che si rivela autentica autrice di quel gesto, sono manifestazioni di to theion: esse sono belle e divine in quanto sospingono alla conoscenza e al governo di sé, dunque anche al governo della polis. Il bello e l’ispirazione divina hanno dunque natura politica. La visione del bello squarcia le maglie che irretiscono lo sguardo incantato dalle imitazioni camuffate da verità: l’esperienza del bello non è solo un momento piacevole e fugace, una sospensione delle incombenze pratiche della vita, una pausa, una fuga, un tempo libero e parziale. Il bello è tale solo se la sua fruizione, il goderne dunque, contribuisce al riscatto dell’intera vita di chi in esso si imbatte, anche dei suoi gesti quotidiani indirizzati all’utile. Quell’utile che i più ritengono separato dal bello: altra menzogna da lasciarsi alle spalle, grazie all’azione della poesia divina che è appunto, ad un tempo, “dolce e utile”, edeia kai ophelime.

Fonte: http://www.pratichefilosofiche.com/

domenica 15 agosto 2010

Children are the future of the world



Nei paesi poveri i ricchi usano il lavoro minorile, quello dei bambini, per accrescere le loro ricchezze.
Spesso i prodotti vengono rivenduti nei paesi ricchi con altissimi profitti.

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Salviamo i bambini ...





A questo proposito Nancy scrive:

This is a very sad thing of this world, people being mean to other people, and I completely agree with you... Beauty WILL save this world... we are working hard for this!

sabato 14 agosto 2010


Buon Ferragosto, festa dell'Assunta !

venerdì 13 agosto 2010

Joan Baez - Sagt Mir Wo Die Blumen Sind


Sag mir, wo die Blumen sind.
Wo sind sie geblieben?
Sag mir, wo die Blumen sind.
Was ist geschehn?
Sag mir, wo die Blumen sind.
Mädchen pflückten sie geschwind.
Wann wird man je verstehn?
Wann wird man je verstehn?

‎
Melodia e parole dolcissime...
le prime nel mio tedesco primitivo
lungo la Limat...

... dove sono finiti i fiori ...

( e le giovani donne della gioventù,
aggiungo io).
Sag mir, wo die Blumen sind
è una poesia che ognuno potrebbe fare sua se crede nell'amore

Trilussa - La Libbertà de pensiero


Un gatto bianco, ch’era presidente
der circolo der Libbero Pensiero
sentì che un gatto nero,
libero pensatore come lui,
je faceva la critica
riguardo a la politica
ch’era contraria a li pensieri sui.
“Giacche nun badi alli fattacci tui,
-Je disse er gatto bianco inviperito-,
rassegnerai le proprie dimissione
e uscirai da le file der partito:
che qui la poi pensà liberamente
come te pare a te, ma a condizione
che t’associ a l’idee der presidente
e a le proposte de la commissione!”
“E’ vero, ho torto, ho aggito malamente…”
Rispose er gatto nero.
E pe restà ner Libero Pensiero
Da quela vorta nun pensò più gnente

mercoledì 11 agosto 2010

Shakespeare : Sogno di una notte di mezza estate - 1595 - inizio dell'atto quinto - Scena unica


Entrano Teseo, Ippolita, Cortigiani e Valletti, fra i quali Filostrato.

IPPOLITA

Strane cose, Teseo, quelle di cui parlano questi innamorati.

TESEO

Più strane che vere. Mai sarò indotto a credere
a queste favole grottesche, a queste storielle di Fate.
Gli innamorati e i pazzi hanno i cervelli in tale ebollizione,
e tanto fervide son le loro fantasie, che concepiscono più
di quanto il freddo raziocinio mai comprenda.
Il lunatico, l'innamorato e il poeta,
sol di fantasie sono composti.
L'uno vede più demoni di quanti l'inferno ne contenga -
e questo è il pazzo. L'amante, frenetico altrettanto,
vede la beltà di Elena nel volto d'una zingara.
L'occhio del poeta, roteando in sublime delirio,
va dal cielo alla terra e dalla terra al cielo,
e mentre la fantasia produce
forme ignote, la sua penna
le incarna, ed all'etereo nulla
dà dimora e nome.
Tali artifici possiede la fervida immaginazione
che se una gioia percepisce,
sùbito concepisce qualcosa che l'arreca.
E se di notte immagina spavento,
presto un cespuglio si trasforma in orso!

IPPOLITA

Ma il racconto di tutto ciò che accadde questa notte,
e il fatto che le menti di ognun furon stravolte,
attesta qualcosa di più che fantastiche visioni,
e la cosa assume grande consistenza -
per quanto strana e prodigiosa.
Il Sogno di una notte di mezza estate racconta delle imminenti nozze tra Teseo, duca d'Atene, e Ippolita, regina delle Amazzoni, da lui sconfitta e suo bottino di guerra. Un gruppo di artigiani-attori prepara una recita per l'occasione, mentre Titania e Oberon, rispettivamente regina e re delle fate, presumibilmente protettori dei talami nuziali, sono in lite fra loro e assistono nel bosco, tra un dispetto e l'altro, all'incontro tra amanti incompresi, amanti in fuga, amanti non corrisposti ...

Un fitto bosco di equivoci e malintesi, un re e una regina litigiosi, folletti dispettosi e creature magiche sono gli ingredienti ideali per una commedia divertente ma anche ricca di poesia e delicatezza, apparentemente elegante e cortese, impregnata di spunti noir e talvolta inquietanti. Il notturno, le visioni, il sovrapporsi di atmosfere che precedono il sonno e la veglia, l'inquietudine, sono caratteristiche che attraversano l'opera e lo spettacolo e che permettono di fare un vero salto nel fantastico da un lato, un'incursione nelle ambigue immagini della mente umana dall'altro.

Il Sogno di una notte di mezza estate è un vero e proprio teorema sull'amore ma anche sul nonsense della vita degli uomini che si rincorrono e che si affannano per amarsi, che si innamorano e si desiderano senza spiegazioni, che si incontrano per una serie di casualità di cui non sono padroni. Un gioco, a volte divertente a volte crudele, di specchi e di scatole cinesi che rivelano quanto la vita degli uomini sia soggetta a mutamenti inspiegabili e come il meccanismo del "teatro nel teatro" riveli la verità più profonda della vita. Gli uomini si affannano in un folle girotondo e nel frattempo le fate si burlano di loro per soddisfare i propri capricci: il dissidio tra Oberon e Titania, infatti, sconvolge la natura e le stagioni mentre un magico fiore rompe le dinamiche degli innamorati che si scambiano ruoli e amanti.

In questo turbine di parallelismi e proiezioni si sviluppano le vicende del Sogno imbastito su tre piani, tre regni differenti ognuno dei quali è regolato da linguaggi e dinamiche specifiche. Il mondo delle fate è un mondo parallelo, mentre Oberon e Titania sono proiezioni Oberononiriche del duca d'Atene e della di lui futura sposa. Gli eterei sovrani però, sono più vivi degli uomini.

La legge che li governa è la natura intesa come passione, sensualità e debolezza. Non sono astratti ed inconsistenti ma masticano piuttosto passioni e pensieri senza dubbio umani. Al contrario la razionalità e la legge dominano il mondo degli uomini. Quello degli artigiani rappresenta invece il mondo dell'arte che avvicina e mette in comunicazione gli altri due e si fa portatore di un legame indissolubile tra la vita reale e quella ideale. Uno spettacolo sul dissidio continuo e inevitabile tra ragione e istinto, tra apollineo e dionisiaco, tra il bello e il bestiale che vive in ognuno di noi e sulla riflessione quanto mai attuale di come nell'uomo questi due aspetti debbano necessariamente convivere. E il ruolo del teatro ? Come Bottom e i suoi compagni, il teatro trasfigura ed esplicita, talvolta goffamente, talvolta poeticamente, quello che sono i segreti del cuore e dei sentimenti umani.

(fonte: Shakespeare web)

I partigièn


Non è per via della gloria, che siamo andati in montagna, a far la guerra. Di guerra eravam stanchi, di patria anche. Avevamo bisogno di dire: lasciateci le mani libere, i piedi, gli occhi, le orecchie; lasciateci dormire nel fienile, con una ragazza. Per questo abbiam sparato, ci siamo fatti impiccare, siamo andati al macello col cuore che piangeva, con le labbra tremanti. Ma anche così sapevamo che di fronte a un boia di fascista noi eravam persone, e loro marionette.


[Nino Pedretti, Al vòusi e atre poesie in dialetto romagnolo, Torino, Einaudi 2007, pp. 17-18, la poesia si intitola I partigièn]

martedì 10 agosto 2010

SALVATORE QUASIMODO


Tindari, mite ti so
fra larghi colli pensile sull’acque
dell’isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.

Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m’accompagna
s’allontana nell’aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d’ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d’anima.

A te ignota è la terra
ove ogni giorno affondo
e segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.

Aspro è l’esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d’armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo nel buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.

Tindari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m’ha cercato.

lunedì 9 agosto 2010

THOMAS STEARNS ELIOT - LIRICA


Se Tempo e Spazio, come i Saggi dicono,
sono cose che mai potranno essere,
il sole che non cede al mutamento
non è per nulla superiore a noi.
Così perché, Amore, dovremmo sperare
Di vivere un secolo intero?
La farfalla che vive un solo giorno
È già vissuta per l'eternità.

I fiori che ti diedi allorchè la rugiada
Tremolava sul tralcio rampicante,
prima che l'ape volasse a suggere
la rosellina di macchia erano già appassiti.
Così affrettiamoci a coglierne ancora
Senza tristezza se poi languiranno;
i nostri giorni d'amore sono pochi:
facciamo almeno che siano divini
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