giovedì 24 luglio 2008

W. H. AUDEN - FUNERAL BLUES


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BLUES IN MEMORIA
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Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforte, e tra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.
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Incrocino aeroplani lamentosi lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano guanti di tela nera.
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Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l'amore fosse eterno: e avevo torto.
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Non servon più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l'oceano e sradicate il bosco;
perché ormai più nulla può giovare.
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TESTO NELLA LINGUA ORIGINALE
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Stop all the clocks, cut off the telephone,/ Prevent he dog from barking with a juicy bone,/ Silence the pianos and with muffled drum/ Bring out the coffin, let the mourners come.
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Let aeroplanes circle moaning overhead/ Scribbling on the sky the message He Is Dead,/ Put crêpe bows round the white necks of the public doves, / Let the traffic policemen wear black cotton gloves.
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He was my North, my South, my East and West,/ My working week and my Sunday rest,/ My noon, my midnight, my talk, my song;/ I thought that love would last for ever: I was wrong. /
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The stars are not wanted now: put out every one;/ Pack up the moon and dismantle the sun;/ Pour away the ocean and sweep up the wood;/ For nothing now can ever come to any good.


2 commenti:

solenascente ha detto...

http://solenascente.blog.kataweb.it/2008/09/03/3/:

Da "La Vie Immèdiate" Paoul Eluard
“NOTTI CONDIVISE”

Alla fine di un lungo viaggio, rivedo sempre quel corridoio, quella talpa, quella stanza calda cui la schiuma marina prescrive correnti d’aria pura come bambini appena nati, rivedo sempre la stanza dove venivo a spartire con te il pane dei nostri deside­ri, rivedo sempre il tuo pallore denudato che, all’alba, fa corpo con le stelle che scompaiono. So che chiuderò ancora gli occhi per ritrovare i colori e le forme convenzionali che mi consentono di accostarmi a te. Quando li riaprirò, lo farò per cercare in un angolo l’ombrello corruttibile dal manico di zappa che mi fa temere il bel tempo, il sole, la vita, perché non ti amo più in piena luce, perché rimpiango il tempo che ero partito per scoprirti e anche il tempo che ero cieco e muto di fronte all’universo incomprensibile e all’incoerente sistema di intesa che mi proponevi.

Non hai portata abbastanza la responsabilità di quel candore che sempre mi costringeva a rivolger contro di te le tue volontà?

Quali cose non mi hai fatte pensare! Ormai, vengo a vederti solo per esser piu certo del mistero grande che materia l’assurda durata della mia esistenza, l’assurda durata di una notte.

Quando arrivo, tutte le barche salpano, innanzi a loro cede il fortunale. Un’ondata libera i fiori oscuri, si riaccende il loro splendore e ancora una volta percuote le mura di lana. Lo so, non sei mai sicura di nulla, ma l’idea d’una menzogna, l’idea di un errore sono troppo superiori alle nostre forze. Da tanto tem­po la porta testarda non aveva ceduto, da troppo tempo la monotonia della speranza nutriva il tedio, da troppo tempo i tuoi sorrisi erano lacrime.

Ci siamo rifiutati di lasciar entrare gli spettatori, perché non c’era spettacolo alcuno. Ricordati, per la solitudine, la scena vuota, senza quinte, senza attori, senza musicanti. Si dice: il teatro del mondo, la scena mondiale e, noi due, non sappiamo piu che cosa sia. Noi due, insisto su queste parole, perché nelle tappe dei lunghi viaggi che compivamo separatamente, ora lo so, eravamo veramente insieme, eravamo veramente, eravamo, noi. Né tu né io sapevamo sommare il tempo che ci aveva sepa­rati al tempo durante il quale eravamo riuniti, né tu né io sapevamo sottrarlo.

Un’ombra ciascuno, ma nell’ombra ce ne dimenticavamo.

*

Eppure la luce m’ha donate talune belle immagini delle negative di quei nostri incontri. Ti ho identificata ad esseri che solo per la loro varietà meritavano di venir denominati cosI, con un nome sempre eguale, il tuo; ad esseri che trasformavo come trasformavo te, in piena luce, come si trasforma l’acqua d’una sorgente accogliendola in un bicchiere, come, ponendola in una altra, si trasforma la propria mano. Persino la neve, che fu dietro di noi lo schermo doloroso dove si scioglievano i cristalli dei giuramenti, persino la neve era mascherata. Nelle caverne terrestri piante cristallizzate cercavano le scollature dell’uscita.

Tenebre abissali tese verso una confusione abbagliante, non m’avvedevo che il tuo nome diventava illusorio, che esisteva ormai solo sulla mia bocca e che, a poco a poco, il volto delle ten­tazioni appariva reale, intero, solo. Allora mi volgevo a te.

*

Riuniti, ogni volta riuniti per sempre, la tua voce ti colma gli occhi come l’eco colma il cielo serale. Scendo verso le rive della tua parvenza. Che cosa dici? Che non hai mai creduto di essere sola, che non hai più sognato da quando ti ho vista, che sei come una pietra che si spezza per aver due pietre più belle della loro madre morta, che eri la donna di ieri e che sei la don­na d’oggi, che non c’è da consolarti perché ti sei divisa per essere intatta in quest’ora.

Tutta nuda, tutta nuda, hai il seno più fragile del profumo dell’erba gelata eppure ti sorregge le spalle. Tutta nuda. Ti sfili la veste con semplicità grande. E chiudi gli occhi ed è allora la caduta di un’ombra su di un corpo, la caduta dell’ombra intera sulle ultime fiamme.

Le messi delle stagioni precipitano, tu mi mostri il fondo del cuore. È la luce della vita che si giova delle fiamme diminuite, è un’oasi che si giova del deserto, che il deserto feconda, che la desolazione alleva. La frescura delicata e cava si sostituisce ai fuochi rotanti che ti destavano nella mente il desiderio di me. Sopra di te, i capelli ti scivolano nell’abisso che giustifica la no­stra lontananza.

*

Perché non posso, come ai tempi della mia giovinezza, dichiararmi ancora tuo discepolo, perché non posso convenire con te che il coltello e quel che il coltello taglia ben s’accordano fra loro? Il pianoforte e il silenzio, l’orizzonte e la distesa.

Con la forza e la debolezza, credevi poter conciliare le contraddizioni della presenza e le armonie dell’assenza, una unione maldestra, ingenua, e la scienza delle privazioni. Ma, più in basso d’ogni altra cosa, era il tedio. Che vuoi ricordi, delle nostre nostalgie, quest’aquila accecata?

Per le vie, per le campagne, cento donne sono disperse da te, tu laceri la somiglianza che le unisce, cento donne sono riunite da te e tu non puoi unificare quei loro lineamenti ed ecco che esse hanno cento volti, cento volti che assediano la tua bellezza.

*

E nell’unità di un tempo condiviso, vi fu improvvisamente un dato giorno di un dato anno che non potei accettare. Tutti gli altri giorni, tutte le altre notti; ma in quel giorno ho sofferto troppo. La vita, l’amore, avevan perso il loro punto d’appoggio. Rassicurati, se ho disperato del nostro accordo non fu a vantaggio di alcunché di duraturo. Non ho immaginata un’altra vita, davanti ad altre braccia, in altre braccia. Non ho pensato che un giorno avrei cessato di esserti fedele, perché per sempre avevo capito il tuo pensiero e il pensiero che tu esisti, che tu non finisci di esistere se non con me.

Ho detto ad altre donne che non mi piaceva che la loro esistenza dipendesse dalla tua.

Eppure la vita minacciava il nostro amore. La vita, che è sempre alla ricerca di un nuovo amore, per cancellare l’amore antico, l’amore pericoloso, la vita voleva mutar d’amore.

Principi della fedeltà … Perché i principi non dipendono sempre da regole seccamente vergate sul legno bianco degli antenati; ma da vivi rapimenti, da sguardi, attitudini, parole e segni della gioventù, della purezza, della passione. Nulla di tutto questo può essere cancellato. .

*

Mi ostino a unir finzioni con le realtà temibili. Case disabilitate, vi ho popolate di donne eccezionali, né grasse né magre, né bionde né brune, né folli né savie, poco importa, di donne piu seducenti che possibili, con un particolare. Oggetti inutili, per­sino la stoltezza che vi costruì mi fu sorgente di rapimento. Creature indifferenti, vi ho spesso ascoltate, come si ascolta il rumore delle onde e il rumore delle macchine d’una nave a­spettando deliziosamente il mal di mare. Mi sono abituato alle immagini meno abituali. Le ho vedute dove non erano. Le ho rese meccaniche come il risveglio e il sonno. Le piazze, come bolle di sapone, sono state enfìate dalle mie guance, le vie ai miei piedi uno davanti all’altro e l’altro davanti all’uno, davanti a due e fa la somma, le donne si spostavano ormai solo supine, e il loro busto schiuso raffigurava il sole. La ragione, a testa alta, con la sua gogna di indifferenza, lanterna a testa di formica, la ragione, povero albero di fortuna per un uomo sconvolto, albero di fortuna della nave … vedi sopra.

Per trovarmi ragioni di vita, ho tentato di distruggere le ragioni, che avevo, d’amarti. Per trovarmi ragioni d’amarti, ho mal vissuto. Alla fine d’un lungo viaggio, forse non andrò più verso quella porta che tutti e due conosciamo così bene, forse non entrerò più in quella stanza dove tante volte m’hanno attirato la dispe­razione e la voglia di farla finita con la disperazione. A forza di essere un uomo incapace di sormontare la propria ignoranza su se stesso e sul destino, forse mi deciderò per creature diverse da quella che avevo inventata.

A che cosa gli servirò?

Anonimo ha detto...

Un bel contrasto tra la poesia di W. H. AUDEN - FUNERAL BLUES e
"La Vie Immèdiate" Paoul Eluard.

Simpatica armonia, Grazie per la visita