lunedì 16 giugno 2008

L'opera di Marc Chagall - qualche cenno

Di seguito un cenno intorno all'opera di Marc Chagall, l' errante ( era ebreo ) dell'arte contemporanea.
Amo Chagall .... amo le vetrate del coro e del rosone del Fraumünster di Zurigo, i dipinti presenti nel Kunsthausle o nella collezione E.G.Bührle (Zurigo).
L'Arameo errante, il nome che ho dato a questo blog, racchiude le sensazioni, le emozioni, i pensieri vissuti davanti all'opera del maestro di Vitebsk.

( segue in fondo alla pagina )


(Il poeta)
«Un quadro per me è una superficie coperta di rappresentazioni di cose (oggetti, animali, forme umane) in un certo ambito in cui la logica e l'illustrazione non hanno nessuna importanza... Esiste forse una misteriosa quarta o quinta dimensione che, intuitivamente, fa nascere una bilancia di contrasti plastici e psichici colpendo l'occhio dello spettatore mediante concezioni nuove e insolite.»



(L'acrobata)
«Ho sempre considerato clown, acrobati e attori come creature tragiche. Ai miei occhi assomigliano alla gente ritratta in certi quadri religiosi. Ancora oggi, quando dipingo una crocifissione o un altro quadro religioso, mi assalgono gli stessi sentimenti di allora, quando ritraevo la gente del circo. Eppure non c’è niente di 'letterario' in questi quadri, ed è difficile spiegare perché io trovi una rassomiglianza psico-plastica fra queste due arti della composizione.»



(La crocifissione)

Chagall ebbe sempre a cuore i temi legati all'ebraismo, in particolare a una delle sue correnti, quella chassidica, risalente alla metà del XVIII secolo. Il chassidismo, rispetto alla tradizione colta (talmudica), è fondato su una mistica, su una spiritualità accessibili anche alla gente comune, ai non dotti. Tutti gli aspetti della vita quotidiana sono valorizzati, poiché la presenza e la volontà di Dio si rivelano in essa: «Ciò che è determinante - recita una massima chassidica - non è che Dio è, ma che tutto ciò che è, è insito in Dio.» Questo movimento religioso è inoltre più ricco di feste, di saghe, di folklore, di riti; sul piano letterario, la sua natura popolare trova espressione in brevi racconti di eventi prodigiosi (le «storie»), in cui sacro e profano, reale e miracoloso si confondono: una miniera d'oro per l'immaginario di Chagall. .
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Nell'arco della sua lunga esistenza, il pittore russo dedicò ben 450 opere alla Bibbia; fra queste 17 grandi quadri a olio. Egli stesso ammise esplicitamente che queste opere non hanno un restrittivo valore confessionale, ossia non sono la rappresentazione della religione ebraica, ma hanno un significato spirituale e poetico universale.
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Basti pensare all'immagine solitaria di Cristo che compare in molte sue tele come simbolo della «tragedia del mondo», di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee politiche o religiose
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La crocifissione bianca è senza dubbio uno dei vertici artistici chagalliani: dipinta nel 1938, in essa il pittore esprime le sofferenze del suo popolo odiato e perseguitato e prefigura drammaticamente le ignominiose atrocità che saranno commesse nei mesi e negli anni successivi.
Un grande crocifisso bianco campeggia nel mezzo della tela, messo in rilievo da un fascio di luce divina che sembra quasi sostenerlo. Il Cristo non è cinto dal perizoma, ma dal tipico manto ebraico. Attorno al crocefisso, al posto delle figure consuete (i due ladroni, i soldati, la Vergine, le pie donne ecc.) ebrei in fuga, scene di distruzione, di saccheggi, di disperazione: il caos.
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Il furioso incendio della Sinagoga rievoca drammaticamente le distruzioni dei luoghi di culto perpetrate dai nazisti in quegli anni. Per Chagall il tempio ebraico era come una sorta di prolungamento della casa, a Vitebsk, poiché era assiduamente frequentato dalla sua famiglia, dal padre* e dal nonno in particolare, che era rabbino.
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Non stupisce quindi che il pittore abbia inserito la tela intitolata appunto Sinagoga (1917) nella serie di quadri legati alla sua famiglia. Questo intimo attaccamento al luogo di culto amplifica il dolore e lo sgomento del pittore, resi da colori giallo-cupi e rossi che contrastano con le tonalità bianco-grigiastre del dipinto. Le punte delle fiamme si sovrappongono al fascio di luce divina, come se potessero sacrilegamente violarla, e si riflettono sul corpo di Cristo, esasperandone la sofferenza.
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Anche le fiamme bianche, che si sprigionano convulsamente da una torah (il Pentateuco biblico), hanno ormai intaccato la scala appoggiata alla croce e minacciano la croce stessa.
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[* La casa rosa o La Strada, Parigi 1922: il padre esce di casa per andare nella sinagoga]
I famigerati pogrom (le distruzioni dei villaggi ebrei) sono rievocati alla sinistra del quadro: case incendiate, distrutte, capovolte, sedie rovesciate, tombe profanate, un uomo morto per terra che sembra divorato dalle fiamme.
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Non manca il violino, piccolissimo, accanto a tre uomini seduti presso le rovine delle loro case: nella comunità ebraica chassidica il violinista accompagnava nascite, matrimoni, funerali ed era per Chagall, che lo immortalò in numerose tele, una figura mitica e amatissima.
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La fuga come conseguenza della barbarie è un altro tema sviluppato in questo dipinto: fuga di una donna dall'espressione atterrita con il suo bambino tra le braccia, di un vecchio (l'ebreo errante) che attraversa le fiamme sprigionate dalla torah, di un altro ebreo che cerca di portare in salvo un'altra torah, di soldati in preda alla disperazione che si sporgono stremati da una barca, mentre altri si sbracciano per chiedere aiuto...
I soldati dell'Armata rossa che irrompono dalla sinistra sembrano troppo pochi per contrastare una tale immane brutalità, ma sono, ancora una volta, una speranza per Chagall...
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Al di sopra degli incendi «levitano», come angeli umanizzati, tre rabbini e una donna: increduli e disperati, sembrano danzare una preghiera funebre nel cielo annerito dal fumo dei saccheggi, sordide nubi che soltanto il fascio di luce divina può lacerare: nello scempio cagionato dall'odio, questa luce e la presenza di Cristo morente accendono altre speranze e prefigurano una rinascita, un riscatto, una riconciliazione, una vita nuova...
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Ma ciò sembra appena attenuare la visione apocalittica intorno alla croce. I toni spettrali ottenuti con un uso sapiente del bianco in ogni sua variazione, rendono sommessa la disperazione, silente l'orrore, amplificando, paradossalmente, la drammaticità delle scene.
Chagall osserva attonito queste atrocità e sembra che intoni, con i suoi pennelli, una sorta di struggente qaddish* pittorico.
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(Madonna del villaggio)

(Dal Giornale del Popolo, quotidiano della Svizzera italiana - 2001)



(L'ebreo errante di Dorè)

“Mio padre era un arameo errante…” (Dt 26,5).
scese in Egitto, / vi stette come forestiero con poca gente / e vi diventò una nazione grande, / forte e numerosa. / Gli Egiziani ci maltrattarono, / ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. / Allora gridammo al Signore, / al Dio dei nostri padri, / e il Signore ascoltò la nostra voce…"
.La formula di fede o “credo storico” del pio israelita, ci invita a non dimenticare, ossia a non consegnare all’oblio, nel momento della vita sedentaria e mentre si raccolgono e si consumano i frutti della terra promessa, l’essere stati nomadi e pellegrini.
La condizione nomadica dell’arameo, che non ha una meta prestabilita, né un itinerario ben tracciato, in quanto, allorché, nella esperienza abramitica, viene invitato a lasciare la propria terra, non gli viene contestualmente indicata alcuna destinazione, né promesso alcun ritorno.Storia biblica, questa, ma anche filosofica, che avvicina e contrappone Ulisse e Abramo per quel loro errare senza una apparente meta e nel cuore la speranza che non muore. (In realtà Abramo una meta l’aveva ed era la Terra Promessa).
.L’errare di terre in terre è drammatico. Può significare smarrirsi, perdersi, perire, morire alle proprie radici, al divenire a lungo cercato, inseguito, amato.Vivi nel “ buio della notte oscura e tutto sembra finire”. Cerchi una terra, un approdo, un luogo della mente a cui giungere per ricominciare …. a muovere i passi e uscire dalla valle del niente, dalle tenebre della notte..Una “uscita di sicurezza” è possibile solo in quanto data da un “filo” che viene dal di fuori, ossia è donato da un’alterità non riconducibile ai ghirigori dell’immanenza.Insieme all’orientamento della voce-parola, all’arameo errante (che sta per perdersi e per perire) viene offerto un nutrimento e un sostegno.Nelle antiche scritture questo cibo porta un nome enigmatico, che esprime un interrogativo: [man hû’].Nel Nuovo Testamento, per noi cristiani, il viatico dell’errante, si chiama eucaristia. L’atteggiamento adorante di fronte al pane e al vino, consegnati per noi, realizza la “presenza” del Signore e vince ogni idolatria religiosa e speculativa.

3 commenti:

marcella candido cianchetti ha detto...

che gran bell'articolo ! buona giornata

ELENA ha detto...

A me piace molto questo pittore!

Giovenale Nino Sassi ha detto...

Ciao Marcella...Grazie !

Elena..., a noi..
ricordo quando, giovane studente lavoratore salivo a piedi da Bellevueplatz, lungo la Ràmistrasse fino al Kunstaus, il museo più importante della città.
Sono anni bellissimi. Nel museo trovi opere importanti.. e c'è anche Chagall, un poeta, un pittore che ho subito amato: E' l'uomo, l'ebreo errante, della Bibbia e del Nuovo Testamento. Un migrante che sentivo vicino alla mia esperienza di giovane che ... non sapeva nulla del domani.
Salivo fino al Kunstaus per poi scendere a piedi, attraverso le stradine che portano fino a Uto Quai, lungo la Limat, il fiume.. Fino alla banchisa per mescolarmi ai giovani dell'Università che sciamavano sempre, prima di sera... un mescolare di lingue diverse che era musica